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Recensione su Antichrist

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9 aprile 2015

Profondamente disturbante, analitico e splendidamente simbolico, Antichrist è un’opera estrema e riuscita, che torce le budella fin dall’eccellente prologo in bianco e nero, accompagnato solo dall’aria del Rinaldo di Handel; Lars Von Trier non è di certo digeribile da tutti ma a me è parso che Antichrist sia innegabilmente un’opera importante, sentita, viscerale e sia che la si ami sia che la si odi non può lasciare indifferenti. Ho apprezzato molto la tematica -seppur la visione nera del regista, nella sua interezza, risulti difficilmente condivisibile- declinata secondo un genere che non mi sarei aspettata, l’horror psicologico con un tocco di gore. E qualsiasi cosa decida di fare Lars, la farà bene: in un bosco che sembra partorito dalla mente di Bosch (e quanta bellezza in quei rami, che inquadrature, specialmente una sul finale che ricrea le forme e le atmosfere di Bosch inquietando moltissimo), si consuma una lotta tra mente razionale e irrazionale, uomo e natura, uomo e donna, attraverso immagini anche essenziali, violentissime, fino al finale sibillino, che io ho interpretato in un certo modo, insieme a quei tre simboli celesti e animali che così efficacemente scandiscono i capitoli in cui è diviso il film. Senza rivelare troppo, ho trovato che il simbolismo sia stato gestito molto bene, tirando poi le fila nel finale caotico, desolante, così mordace. In questa distruzione interiore del singolo piuttosto che del pianeta terra e dell’umanità tutta di Melancholia ho sentito che Lars ha affondato ancora più profondamente la lama, realizzando di fatto un film terribile e irrinunciabile, che non so se voglio rivedere domani ma che ho sicuramente amato tanto ieri.

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