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Recensione su Another Year

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Un tipico “Leigh” / 10 aprile 2011 in Another Year

Another Year è un film che si identifica facilmente fin dalle prime scene come una tipica opera di Mike Leigh, con tutti i pregi di questo autore ma anche con le caratteristiche che lo rendono indigesto ad una parte del pubblico.

La direzione degli attori è come sempre il punto di forza e mette in evidenza interpreti di grande talento ma a noi completamente sconosciuti (fatta eccezione direi di Jim Broadbent, il geologo, e di Imelda Staunton protagonista a suo tempo di un altro film di Leigh “Vera Drake” che qui ha un breve ruolo di paziente della psicologa all’inizio del film).
Fra gli altri spicca per bravura Lesley Manville, la disperata Mary, che (ho verificato su IMDB) ha alle spalle l’esperienza della partecipazione in innumerevoli serie TV inglesi. Ma tutti gli interpreti, senza eccezione andrebbero citati se non sospettassimo che una buona parte della loro riuscita deriva dal manico, dalla sapiente maestria di Mike Leigh che sa ottenere sempre il massimo dagli attori che dirige.
Altro consueto elemento a favore è la cura attentissima dei dialoghi in una sceneggiatura senza fronzoli o colpi d’ala, che narra di eventi e situazioni ordinarie, ma con straordinaria naturalezza.

Va da sé che se questo è un Leigh maturo non ci si può aspettare alcuna concessione spettacolare, e questa volta neppure un colpo di scena come in “Segreti e Bugie”, l’opera dell’autore inglese non a caso più amata e premiata dal pubblico, o qualsiasi momento di passione o tensione: solo alcune brevi scene affidate al personaggio di Carl che sta in scena pochi minuti ma determina il maggiore momento di pathos di tutto il film.
Per il resto sono la malinconia, il rimpianto e la pietà a dominare il clima del film che si può definire autunnale (anche se esso, come dichiara il titolo, è articolato lungo un intero anno…), così come senili o senescenti sono tutti i personaggi; ed autunnale è anche la periferia londinese piovosa e grigia dove la coppia porta i colorati prodotti dell’orto di campagna, come piccoli gioielli che cercano di conferire vita e colore ad un mondo irrimediabilmente privo di futuro.

2 commenti

  1. piperitapitta / 12 aprile 2011

    Bellissimo commento, anche se a me il finale ha lasciato spiazzata: mi sembra che non abbia portato a niente, perché se è vero che Mary e Gerry si rappacificano, è anche vero che Mary è tutt’altro che pentita!
    Insomma, mi è sembrato uno spaccato di vita dal quale però non si impara niente…Se non che si è soli con se stessi e le proprie sofferenze.

    • ubik / 13 aprile 2011

      A me è sembrato che il finale, molto amaro dietro l’apparente “volemmose bene” del gruppo di personaggi principali, si chiuda sulla consapevolezza da parte di Mary della propria solitudine, destinata presto a sopraffarla con la scomparsa di quel barlume di giovinezza cui ancora si aggrappa.

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