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Recensione su Another Year

/ 20107.084 voti

1 marzo 2011

Leigh ha sempre avuto una preferenza per le donne e sono due le donne che spiccano nel film e che aprono e chiudono in maniera agghiacciante l’intera storia: la donna all’inizio che non riesce a dormire, che non trova un solo momento di felicità dentro alla propria vita famigliare e che vuole solo un’altra vita; Mary, l’amica della coppia fulcro di tutte le vicende, che capisce infine il suo destino di assordante solitudine: non c’è un’altra vita.
Leigh narra un anno, un altro, uno qualsiasi, poteva essere il precedente o il successivo, attraverso 4 fine settimana incentrati su Tom e Gerri, quelli stabili, quelli non soli, quelli appagati che catalizzano amicizie e affetti tutti parimenti disastrosi, avvolti nell’alcol, nella fragilità, nella solitudine sociale e affettiva più cupa. Quattro quadri che sono la continuazione della terapia iniziale, di cui non vediamo lo svolgimento, perché gli amici si confidano, mostrano le proprie debolezze, ricordano la giovinezza perduta, guardano in faccia ad un presente annichilente spaventati dall’invecchiamento sempre più prossimo.
Noi non sapremo nulla della coppia felice, che è salda e unita, ti viene il dubbio, solo per contrasto alle vite degli altri, così pronti a ricevere il disagio altrui quasi come distrazione dalla propria vita che è occupatissima e piena forse per non fermarsi a pensare.
Bisognerebbe studiare il cinema di Leigh attraverso l’insistenza chirurgica nel primo piano: il viso è lo specchio dell’anima e come tale porta i segni del tempo, del disagio, della nevrosi, della paura. Nei suoi film non c’è contesto, semmai il contesto è la narrazione fluviale dei suoi personaggi. Più di altri film questo parla di persone più che mature, anche i più giovani, il figlio Joe e la sua compagna, si occupano di anziani: nella scena che introduce proprio Joe è sempre un anziano che deve essere difeso nei suoi diritti, come se non l’età di mezzo, ma la soglia verso la vecchiaia sia la nuova cesura sociale nei paesi occidentali.
Da quanta mediocrità è fatta la vita? Joe che non riesce a relazionarsi con i suoi clienti a causa di una banale percezione della diversità culturale, Mary che quasi crede in una possibile relazione con Joe.

Tutti gli eredi sono maschi. Questa differenza di genere è interessante, sono giovani mediocri come Joe, o completamente fuori contesto medioborghese come Carl (il padre non sa se è sposato, non si sa se lavora etc. ) . D’altronde se Carl accentua in maniera dirompente i passi falsi del padre (Ronnie non lavora, lo si ricorda sempre per pub e si fa mantenere dalla moglie), Joe forse non esaspera una certa mediocrità dei genitori?
Il momento finale di Mary che sorride a tavola, un sorriso tirato, e il silenzio che l’aggredisce, è davvero grande
Ps. Più procedeva il film più ho come avuto la sensazione che tom e gerri fossero un po’ menagrami

1 commento

  1. ubik / 10 aprile 2011

    Bella recensione, mi è piaciuta molto.

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