Recensione su Another Year

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19 Luglio 2013

Sono due ore di comune, banale e un po’ grigia quotidianità, inaugurate dai problemi d’insonnia di una depressa Imelda Staunton affidata alle cure di Ruth Sheen, qui nei panni di una psicologa sessantenne dalla vita matrimoniale felice. E subito un interrogativo ti assale, facendosi sempre più pressante mentre l’anno del titolo scorre inesorabile verso la fine: può una persona felice comprendere davvero l’infelicità e la solitudine di un’altra?
No, perché tutto ciò che davvero i due (quasi) protagonisti fanno è limitarsi a guardare dall’alto della loro felice routine quel piccolo esercito di infelici che, quasi come fossero due calamite, sembrerebbero attirare. Chinano la testa sconsolati dinnanzi al tracollo fisico ed emotivo dell’amico Mike, guardano con tirata e borghese accondiscendenza al comportamento poco educato di un nipote che, non a torto, non fa mistero di disprezzare il padre, e, soprattutto, non trovano di meglio da fare che compatire l’amica Mary (una bravissima Lesley Manville) per poi metterla alla porta non appena osa inclinare il loro felice quadretto familiare con qualche battuta brusca e stizzita; pronti però a riaccoglierla dietro tacita promessa di un ripristino dello status quo.
Una reazione più attiva la coppia la produce invece al momento di aiutare il fratello di lui, ma, anche qui, è un fatto più dovuto che realmente sentito, uno dei tanti doveri del normale ed educato vivere. E non è forse un caso se gli unici accenni di sorriso il vecchio Ronnie li avrà solo in compagnia di Mary.
Insomma, una coppietta da Mulino Bianco stantio con la quale non sono andato molto d’accordo, no.

“Another year” è una pellicola cruda nella sua banalità di vita quotidiana.
Tutti i personaggi portati in scena da Leigh (eccezion fatta per la ‘diabolica coppietta’) sono immersi nella propria solitudine, un male di vivere che naviga sui continui primi piani dei personaggi e sulla fotografia perennemente nebbiosa di una Londra periferica che appare essere il perfetto sfondo per una simile vicenda.
Dalla solitudine, ahimè, non c’è scampo. Certo si può tentare di scapparne, un po’ come il giovane Joe (la cui fidanzata, almeno per quanto mi riguarda, sembrerebbe più che altro essere, nella sua improvvisa discesa in campo, una mera reazione alle aspettative dei genitori), ma riuscire nell’impresa, il film quasi suggerisce, potrebbe essere piuttosto difficile. Perché il più delle volte, chiarissima l’inquadrature finale, si è soli anche quando circondati da gente.

E la Staunton?
Secondo me è ancora sveglia.

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