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Recensione su Un'altra donna

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Woody Allen e le maschere di Bergman / 15 dicembre 2015 in Un'altra donna

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Forse, è il film più apertamente introspettivo della filmografia di Allen tra quelli visti finora, in cui, sicuramente, risulta davvero evidente un certo influsso bergmaniano.
Sogni, ricordi, maschere, specchi: a livello visivo e narrativo, alcuni tra i temi più amati dal cineasta svedese ci sono tutti e, come in Persona, per esempio, sono affidati ad una coppia al femminile.
La donna più matura trova nel malessere e nelle titubanze di quella più giovane una sorta di pretesto per mettere in discussione la propria vita. Quindi, la ripercorre, soffermandosi su alcuni eventi-chiave, rivedendo diverse sequenze fondamentali della sua storia da un punto di vista fino a quel momento tacitamente ignorato: la disamina di un’esistenza apparentemente impeccabile, condotta fermamente da una donna capace, affascinante e sicura di sé ne mette in discussione tutte le certezze.

È curioso notare, poi, che, volendo giocare con l’assurdo, la giovane donna incinta potrebbe perfino non esistere, potrebbe trattarsi di una proiezione della mente della scrittrice, Marion (una eccellente Gena Rowlands): la risposta vaga fornitale dallo psichiatra sulla possibilità di rintracciare la giovane sembra concorrere a sottolineare l’inesistenza della ragazza nella vita reale.

Un film agile, nonostante la sua natura introspettiva, ben scritto (la progressiva scoperta delle paure della protagonista è decisamente ben orchestrata) e ben interpretato. Godibile.

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