Recensione su Anonymous

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5 ottobre 2014

Emmerich porta sul grande schermo una delle teorie cosiddette anti-stratfordiane che vorrebbero declassare il bardo William Shakespeare a mero prestanome di opere scritte da altri.
In particolare, in Anonymous si espone la tesi, concepita attorno agli anni ’20 del Novecento, secondo la quale dietro l’opera di Shakespeare ci sarebbe il Conte di Oxford Edward De Vere, membro dell’aristocrazia britannica e presunto amante della Regina Elisabetta I.
Una teoria che trova le sue più importanti argomentazioni in alcune somiglianze tra le opere del bardo e gli intrighi di corte ai tempi di Elisabetta I, nonché alcuni episodi della vita dello stesso Conte.
Ma come tutte le altre tesi alternative sull’attribuzione delle opere Shakespeariane, anche questa si fonda più che altro sulla debolezza della documentazione sulla vita dello Shakespeare di Stratford, che ha permesso a tali teorie di proliferare nel corso dei secoli (tra le più seguite quelle che attribuiscono le opere del bardo a Francis Bacon, Christopher Marlowe – che peraltro compare nel film -, o all’italo-inglese Giovanni Florio).
Tutte tesi minoritarie tra gli accademici, ma molto suggestive e non prive di riscontri (tra gli indizi principali, la mancata citazione di qualsiasi scritto nel testamento dello Shakespeare di Stratford, quando circa metà delle sue opere non erano ancora state pubblicate).
Emmerich presenta l’ipotesi De Vere (che peraltro non è tra le più verosimili) in un modo convincente e affascinante (il Conte rifiutava di pubblicizzare la sua vena letteraria perché scrivere opere teatrali, amate per lo più dal popolo, era un vezzo che mal si conciliava con il blasone, e che anzi poteva esporre al ridicolo un nobile aristocratico come lui).
Lo sceneggiatore John Orloff, tuttavia, sembra esagerare con le speculazioni quando attribuisce al De Vere oltre che la paternità delle opere di Shakespeare e una relazione con Elisabetta I (che potrebbe anche essere vera), la discendenza dalla Regina stessa, sfociando così nell’incesto scoperto a posteriori.
Per non parlare poi dell’azzardo di rappresentare Shakespeare come un illetterato ubriacone, un estortore che si compra l’araldo e che a malapena sa tenere in mano una penna.
Da un punto di vista contenutistico il film ha il pregio di sollevare ancora una volta l’attenzione sulla questione della paternità dell’opera Shakespeariana, anche se c’è da dire che tutte le teorie “alternative” non possono che assurgere al rango di mere speculazioni intellettuali difficili da provare.
Per il resto l’opera, oltre a presentare un intreccio indubbiamente accattivante, è notevole per costumi e scenografie (una Londra a cavallo tra ‘500 e ‘600 ove spiccano le splendide abitazioni in stile Tudor con facciata a graticcio).
Interessante anche l’incipit meta-teatrale, ripreso nel finale, anche se la citazione di Broadway in un’opera ispirata a Shakespeare (e ambientata nella sua epoca) non può che apparire come l’ennesima forzatura gettata in pasto al pubblico statunitense.

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