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Recensione su Anna Karenina

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4 marzo 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Avvicinarsi all’ennesima riduzione cinematografica di Anna karenina significa far germogliare ogni tipo di pregiudizio: troppo complesso il testo, troppo evocativa la scrittura di Tolstoj, troppo legati dai ricordi. Eppure qui riescono a scavalcare quasi tutte le trappole delle pigre e illustrative trasposizioni cinematografiche, danno vista a una messa in scena che si stilizza, si astrae, gioca con il modo rappresentativo e vince la sfida. L’espediente di teatralizzare permette a Stoppard e Wright di esser liberi nel focalizzare le scene madri, di rallentare e accelerare il ritmo, di esasperare alcune linee narrative riaggiornandole a un gusto profondamente simbolico.
Lo scenario è un teatro, dismesso, non c’è pubblico estraneo agli stessi che recitano, attori e astanti sono di volta in volta gli stessi, quasi tutto rivive all’interno dei palchi, della platea, del dietro le quinte, dei vari piani fra scene che salgono e scendono, l’esser guardati e il guardare, il tempo che si ferma, il tempo interiore che si isola e continua il suo percorso, tutto è reso attraverso la finzione/non finzione della rappresentazione teatrale. E nella prima parte del film il meccanismo è perfetto e molto accentuato con i medesimi personaggi che si trasformano e rivestono, le scene che si muovono platealmente, gli ambienti che vengono smontati in continuazione. Formalismo esasperato che non rinuncia a una certa fedeltà al testo riguardante i singoli avvenimenti, sebbene poi vi sia uno sguardo indulgente nei confronti di Kerenin e Vronsky, sebbene poi vi sia una certa tipizzazione dei protagonisti, sebbene il taglio principale alla tragedia della storia portante riguardi il giudizio sociale e l’ostracismo che ne deriva (si sorvola abbastanza sulla macerazione personale, individuale e privata che Anna subisce e innesca). Eppure la grande storia nella storia di Anna è anche la denuncia dello squilibrio sessista fra i due fratelli che violano le stesse regole con risultati completamente opposti.
Tutto molto bello, ricercatissime le inquadrature (primissimi piani, prospettive esasperate, inquadrature dall’alto, composizioni), lunghi piano sequenza, colori acidi, rimandi continui alla pittura (gli impressionisti per le scene in campagna, smaccato Monet ne la donna con il parasole; Caravaggio per l’abluzione del fratello di Levin con la luce che scende solo dalla finestra da un lato e la pellicola che si scolora quasi nel corpo malato e morente totalmente tridimensionale)
Anna sin nel testo al ballo ha un vestito nero, ma diventa rosso e scollato nella scena della resa alla corte di Vronsky, diventa bianco candido nel momento della sua pubblica esposizione come “peccatrice”, il rosso si incupisce nella sua scena finale. Vorrei sottolineare l’azzeccatissima resa della sconfitta di Kitty attraverso l’affanno, il respiro concitato, il cedimento dell’acconciatura, il sudore di questa che non può nulla di fronte al fascino di Anna; il recupero della scena della dichiarazione a lieto di fine fra Levin e Kitty, così fedele al libro; le perfette inquadrature di Anna nei suoi primi piani da Medusa sofferente e il bocciolo di rosa rossa che si dispiega sotto i fuochi d’artificio; Levin che si alza in un mare d’oro fra le spighe tagliate al sorgere del sole; tutte le scene di sesso in cui l’oggetto del desiderio è lui, la forza motrice è lei, sono maschili i capezzoli, le gambe nude, è femminile invece l’azione sessuale.

Protagonisti: non c’è nessun nesso con il testo, vedere Vronsky efebico e biondo è scioccante lo ammetto, vedere Anna troppo giovane ancora di più. Perché una delle cose più belle del libro è la differenza d’età fra i protagonisti del triangolo Kitty/ANNa/Vronsky, uno scontro fra la bellezza banale della giovinezza di Kitty e il fascino erotico della maturità di Anna, la presenza forte della virilità militaresca di Vronsky. Eppure questo stravolgimento non rovina l’insieme, è una parte della stilizzazione del tutto. Ottima Kitty, vibrante e molto espressiva, buona la Knightley anche perché non ha molti registri espressivi da sfoderare, poco sfruttato Vronsky che troppo spesso non ha altro che sgranare gli occhi.
L’aria di decadenza del teatro scrostato, pieno di ragnatele, abbandonato con le sedie accatastate, ormai arreso alla confusione degli oggetti che si accumulano danno quel senso del tutto compiuto, già stato, ma ancora da ripetere perché i protagonisti, quasi in maniera pirandelliana, non possono far altro che continuare a recitare.

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