Recensione su Animal Kingdom

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17 febbraio 2011

Benvenuti nella giungla, dove è il più forte a sopravvivere, dove nessuno è davvero buono o davvero cattivo. Alla morte della madre J è accolto a casa della nonna, affettuosa capoclan di una famiglia di criminali. Per ingenuità o debolezza, J si lascerà trasportare nel mondo pericoloso degli zii e quando se ne renderà conto sarà troppo tardi per tornare indietro.

“La risposta australiana a Scorsese”, come proclama il New York Times, è l’esordio cinematografico di un reporter che per anni ha incentrato le sue inchieste sulla malavita di Melbourne. Animal Kingdom è un gangster movie decisamente nero che riesce nel suo tentativo di rinnovare il genere. Non ci sono scrupoli nel mostrare la brutalità della famiglia Cody, ma l’elemento spettacolo è ridotto ai minimi: niente rapine, sparatorie o processi; sangue e violenza sono quasi assenti. La regia è minimal. Tutto è affidato agli sguardi, ai gesti, ai dialoghi. E ad un eccezionale cast di attori australiani, prima fra tutti Jacki Weaver, la nonna Janine, personaggio agghiacciante fatto di ombre e contrasti celati dietro occhi da cerbiatto e sorriso rassicurante.

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