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Recensione su Andrey Rublyov

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Andrej Rublev / 29 luglio 2015 in Andrey Rublyov

Premetto che adoro il Tarkovskij dei film fantascientifici (se li vogliamo chiamare così). Quelle pellicole in cui il cineasta russo ha saputo svelare al mondo la propria originalità, pur partendo da sceneggiature non originali. Ispirandosi a romanzetti di fantascienza – di quelli che un tempo proliferavano nel mercato editoriale – ha saputo trarre dei capolavori assoluti del genere, rendendo celebri quegli stessi libri che, diversamente, sarebbero caduti in un onesto oblio.

Amo il Tarkovskij di Solaris e, soprattutto, di Stalker opera che ritengo tra le più belle della storia del cinema.
Devo ammettere che non ho apprezzato allo stesso modo questo Andrej Rublev, pur osannato dalla critica, con motivazioni che, a mio avviso, non giustificano pienamente tale entusiasmo.
Nel caso di specie, ci vedo quella tendenza ad allineare i giudizi verso l’alto tipica dei cartelli dell’intellighenzia.
Con assoluta onestà intellettuale mi accingo dunque a spiegare cosa non mi ha convinto di questa pellicola.

I temi affrontati sono sicuramente degni di nota: quello dell’arte e del rapporto tra artista e società, in un contesto storico interessante quale quello della Russia dei primi del Quattrocento.
La caratterizzazione del personaggio di Andrej Rublev rende perfettamente il travagliato percorso di un artista che è anche un religioso e che dunque viene a doversi confrontare con gli interrogativi etici e spirituali della sua interazione (non solo) artistica con il resto del mondo.
Questo film però, a mio avviso, rappresenta gli accadimenti (gli otto episodi della vita del pittore di icone) con una lentezza esasperante, un realismo eccessivo e fine a se stesso.
Chiariamo una cosa: i film lenti possono essere bellissimi, capaci di dilungarsi per ore su un’estetica abbagliante, senza per ciò risultare pesanti (basti pensare alle opere di Bela Tarr); lo stesso Stalker è un film molto lento, ma tra quest’ultimo e Andrej Rublev, che pur condividono un profondo sottofondo religioso, c’è a mio avviso un abisso.
Tutto ciò premesso, questo non significa che Andrej Rublev non sia un buon film.
Alcuni segmenti sono assolutamente degni di nota: penso alla scena, immaginata da Rublev, della crocifissione sulla neve; a quella del rito pagano; all’intera sequenza della realizzazione della campana, ma anche quella iniziale con protagonista il buffone.
Sono però episodi scollegati, fantastici se presi singolarmente, ma che si perdono una volta inseriti in un contesto che conta, a mio avviso, troppi passaggi a vuoto.
Molto interessante anche il prologo, con le splendide sequenze aeree, mentre non mi è piaciuto l’epilogo, in cui vengono mostrate, come in un documentario, le vere opere di Rublev: una sequenza, del resto, talmente astratta da poter significare tutto e il contrario di tutto, e che si può dunque prestare a qualsiasi interpretazione lo spettatore abbia maturato nel corso della visione della pellicola.

Il violento episodio con protagonisti i tartari, sicuramente quello meno lento della pellicola, ci permette di parlare degli influssi che registi e opere precedenti ebbero sulla realizzazione di questo film.
Il Tarkovskij dell’Andrej Rublev era infatti ancora relativamente giovane. Si trattava, del resto, del suo secondo film e non aveva dunque probabilmente ancora maturato uno stile del tutto personale, che emergerà invece a partire da Solaris.
Vero è che si intravvedono sprazzi di un’estetica che verrà ripresa successivamente (le inquadrature acquatiche soprattutto, vero marchio di fabbrica): occupano tuttavia una parte marginale della pellicola.
Tornando alla scena dell’assalto dei tartari, quella in cui maggiormente emergono i richiami e le ispirazioni cinematografiche di Tarkovskij, non possono sfuggire le analogie con l’opera di Kurosawa.
Lo stesso utilizzo della narrazione di vicende storiche per criticare velatamente la modernità (uno dei fattori della pellicola che viene spesso messo in rilievo), era già stato sperimentato in passato da un “antenato” celebre di Tarkovskij, anch’egli russo: il grande Sergej Ejzenstejn, il quale (pur in funzione filo-russa – ma erano anche altri tempi) criticò pesantemente la Chiesa in “Aleksandr Nevskij”.
Occorre rilevare, infine, i molti richiami a Bergman, che emergono qua e là.

In conclusione, non posso che affermare che, per assaporare il vero Tarkovskij, occorre rivolgersi ad altre opere del Maestro.

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