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Andrey Rublyov

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Andrey Rublyov
Andrey Rublyov

Otto episodi della vita del monaco e pittore di icone Andrey Rublyov, vissuto in Russia a cavallo tra XIV e XV secolo.
mandelbrot ha scritto questa trama

Titolo Originale: Андрей Рублёв
Attori principali: Anatoliy SolonitsynIvan LapikovNikolay GrinkoNikolai SergeyevIrma RaushNikolay Burlyaev, Yuriy Nazarov, Mikhail Kononov, Yuriy Nikulin, Bolot Beyshenaliev, Stepan Krylov, B. Matysik, Anatoliy Obukhov, Aleksandr Titov, Vladimir Vasiliev
Regia: Andrei Tarkovsky
Sceneggiatura/Autore: Andrei Konchalovsky, Andrei Tarkovsky
Colonna sonora: Vyacheslav Ovchinnikov
Fotografia: Vadim Yusov
Costumi: Maya Abar-Baranovskaya, Lidiya Novi
Produttore: Tamara Ogorodnikova
Produzione: Russia
Genere: Drammatico, Storia, Biografico
Durata: 206 minuti

La creazione artistica. / 1 Febbraio 2018 in Andrey Rublyov

E’ un vero capolavoro, sia dal punto dell’immagine che del ritmo della storia.
L’acme si raggiunge con la fabbricazione della grande campana e la rivelazione del giovane artista, lasciato dal padre senza alcun segreto, ma capace di creare da sè la nuova campana: l’immagine stessa dell’artista.

Andrej Rublev / 29 Luglio 2015 in Andrey Rublyov

Premetto che adoro il Tarkovskij dei film fantascientifici (se li vogliamo chiamare così). Quelle pellicole in cui il cineasta russo ha saputo svelare al mondo la propria originalità, pur partendo da sceneggiature non originali. Ispirandosi a romanzetti di fantascienza – di quelli che un tempo proliferavano nel mercato editoriale – ha saputo trarre dei capolavori assoluti del genere, rendendo celebri quegli stessi libri che, diversamente, sarebbero caduti in un onesto oblio.

Amo il Tarkovskij di Solaris e, soprattutto, di Stalker opera che ritengo tra le più belle della storia del cinema.
Devo ammettere che non ho apprezzato allo stesso modo questo Andrej Rublev, pur osannato dalla critica, con motivazioni che, a mio avviso, non giustificano pienamente tale entusiasmo.
Nel caso di specie, ci vedo quella tendenza ad allineare i giudizi verso l’alto tipica dei cartelli dell’intellighenzia.
Con assoluta onestà intellettuale mi accingo dunque a spiegare cosa non mi ha convinto di questa pellicola.

I temi affrontati sono sicuramente degni di nota: quello dell’arte e del rapporto tra artista e società, in un contesto storico interessante quale quello della Russia dei primi del Quattrocento.
La caratterizzazione del personaggio di Andrej Rublev rende perfettamente il travagliato percorso di un artista che è anche un religioso e che dunque viene a doversi confrontare con gli interrogativi etici e spirituali della sua interazione (non solo) artistica con il resto del mondo.
Questo film però, a mio avviso, rappresenta gli accadimenti (gli otto episodi della vita del pittore di icone) con una lentezza esasperante, un realismo eccessivo e fine a se stesso.
Chiariamo una cosa: i film lenti possono essere bellissimi, capaci di dilungarsi per ore su un’estetica abbagliante, senza per ciò risultare pesanti (basti pensare alle opere di Bela Tarr); lo stesso Stalker è un film molto lento, ma tra quest’ultimo e Andrej Rublev, che pur condividono un profondo sottofondo religioso, c’è a mio avviso un abisso.
Tutto ciò premesso, questo non significa che Andrej Rublev non sia un buon film.
Alcuni segmenti sono assolutamente degni di nota: penso alla scena, immaginata da Rublev, della crocifissione sulla neve; a quella del rito pagano; all’intera sequenza della realizzazione della campana, ma anche quella iniziale con protagonista il buffone.
Sono però episodi scollegati, fantastici se presi singolarmente, ma che si perdono una volta inseriti in un contesto che conta, a mio avviso, troppi passaggi a vuoto.
Molto interessante anche il prologo, con le splendide sequenze aeree, mentre non mi è piaciuto l’epilogo, in cui vengono mostrate, come in un documentario, le vere opere di Rublev: una sequenza, del resto, talmente astratta da poter significare tutto e il contrario di tutto, e che si può dunque prestare a qualsiasi interpretazione lo spettatore abbia maturato nel corso della visione della pellicola.

Il violento episodio con protagonisti i tartari, sicuramente quello meno lento della pellicola, ci permette di parlare degli influssi che registi e opere precedenti ebbero sulla realizzazione di questo film.
Il Tarkovskij dell’Andrej Rublev era infatti ancora relativamente giovane. Si trattava, del resto, del suo secondo film e non aveva dunque probabilmente ancora maturato uno stile del tutto personale, che emergerà invece a partire da Solaris.
Vero è che si intravvedono sprazzi di un’estetica che verrà ripresa successivamente (le inquadrature acquatiche soprattutto, vero marchio di fabbrica): occupano tuttavia una parte marginale della pellicola.
Tornando alla scena dell’assalto dei tartari, quella in cui maggiormente emergono i richiami e le ispirazioni cinematografiche di Tarkovskij, non possono sfuggire le analogie con l’opera di Kurosawa.
Lo stesso utilizzo della narrazione di vicende storiche per criticare velatamente la modernità (uno dei fattori della pellicola che viene spesso messo in rilievo), era già stato sperimentato in passato da un “antenato” celebre di Tarkovskij, anch’egli russo: il grande Sergej Ejzenstejn, il quale (pur in funzione filo-russa – ma erano anche altri tempi) criticò pesantemente la Chiesa in “Aleksandr Nevskij”.
Occorre rilevare, infine, i molti richiami a Bergman, che emergono qua e là.

In conclusione, non posso che affermare che, per assaporare il vero Tarkovskij, occorre rivolgersi ad altre opere del Maestro.

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Il cinema degli elementi / 7 Aprile 2015 in Andrey Rublyov

Per chi come me è imbevuto dei canoni del cinema hollywoodiano la sfida culturale di un linguaggio cinematografico differente come quello di Tarkovskij è difficile ma straordinariamente stimolante. Un cinema per certi versi austero, disteso nelle fredde steppe desolate russe, elementare (nel senso di un potente richiamo simbolico agli elementi della natura) e disseminato di lunghi silenzi, intriso di religiosità e paganesimo, una storia mistica, medievale, profondamente russa. Un viaggio lungo tre ore di pellicola (io l’ho scansionato in tre serate per non appesantire la visione) dove si può percepire la spiccata personalità del regista, una cinepresa inquieta tra carrellate e trucchi, riprese in volo e dall’alto, singolari inquadrature sui soli busti del cavallo ad altezza uomo. Una storia, quella dell’iconografo Rublyov (inutile scriverlo con la “e” con la dieresi, è comunque una traslitterazione dal cirillico), che accarezza i temi della fede in un tempo violento, dell’ascetismo sfidato dal paganesimo rurale e della visione del bello nell’arte sacra, supremamente raffigurato nelle pitture del maestro russo e del suo vate Teofane il Greco. Particolarmente affascinante l’ultimo episodio sulla realizzazione di una campana, con tono quasi fiabesco, dove primeggiano gli elementi del fuoco e della terra.

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22 Agosto 2014 in Andrey Rublyov

Una pellicola superba, nella quale sacro e profano si incontrano. Un’opera nella quale barbarie e civiltà, arte e caos, distruzione e creazione convivono alla perfezione. Un film sporco, sudato, che sa di fatica (l’episodio del giovane realizzatore di campane) in cui grande spazio è lasciato non solo alla meditazione ma anche all’intrattenimento. Prendete il capitolo dedicato alle razzie del gruppo di Tartari. L’invasione è a dir poco spietata. Girata in modo superbo, l’alternanza campi totali/ campi lunghi, porta lo spettatore nel bel mezzo della lotta. Una lotta più che violenta, atroce. Nessuno viene risparmiato e quasi assistiamo ad uno stupro (impedito da Andrej stesso). E ancora, scene di nudo, scorrerie, torture, colloqui dall’oltretomba..

In una parola: epifanico.

DonMax

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8 Maggio 2013 in Andrey Rublyov

Andrej Rublëv, nonostante le tre ore di durata, è uno dei film più coinvolgenti di Tarkovskij. Diviso in otto capitoli, più un prologo e un epilogo, racconta la vita del più importante pittore russo di icone. Attraverso questi racconti, viene chiaramente delineato il Medio Evo russo e con un procedimento già usato (vedi Ejzenštejn con l’Aleksandr Nevskij per esempio), si analizza e critica un periodo storico del passato per parlare del proprio presente; per queste chiare ragioni il film fu censurato. La Russia tra XIV e XV secolo era terra di conquista, fra gli altri dei Tartari e le condizioni di vita dei contadini erano atroci. L’indagine del regista non è solo politica, ma anche religiosa. Andrej Rublëv, pittore e monaco, è un uomo come noi. Si interroga su Dio e la vita. Ed ha paura di Dio, come dell’uomo. Il mistero della vita non può che essere indagato attraverso l’arte, l’unica capace di restare immortale col passare dei secoli (nell’epilogo infatti non c’è più il nostro protagonista, o meglio, è presente solo attraverso le immagini delle sue icone). Teofane, suo maestro, ha una visione negativa dell’essere umano, mentre il giovane Andrej ha fiducia nelle persone e crede che la fede sia la salvezza. Quel che lo turberà, sarà il massacro che avviene proprio dentro la casa di Dio. In quel momento prova disprezzo per l’essere umano e per se stesso, avendo anch’egli ucciso un uomo. Il suo pensiero muta quindi negativamente, ma lo spirito di Teofane, con cui parla, cerca di ricondurlo a Dio dicendo: “Eppure ci sono ancora delle cose belle al mondo”.

Presenti elementi tipici del regista, come l’acqua, simbolo di vita. Ma quest’acqua non è mai cristallina, è sempre rappresentata sotto forma di pioggia o contaminata dal fango e dalla vegetazione. Ho visto personalmente le sue icone a Vladimir e assistere ad una cerimonia ortodossa è stata, per me, un’esperienza che va al di là di ogni credenza religiosa.

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