Morale / 20 Settembre 2018 in Amistad

Spielberg si perde nei suoi stessi film.
Il film è in molti punti di grande impatto: si riesce a sentire così tanto il senso di ingiustizia che aleggia nell’aria che si ha la percezione quasi fisica del metallo sulla pelle mentre si guarda il processo spezzettato che rimette insieme i pezzi di storia.
E’ una battaglia di inghippi legali in cui chi riesce a dimostrare la toppa dell’altro l’ha vinta. Il nocciolo non è tanto la schiavitù, quanto la vendita illegale di chi libero lo era davvero. E su questo ci si deve appigliare.
Se non fosse stato così, se quegli uomini fossero nati schiavi, nessuno, nel 1838, avrebbe lottato in tribunale fino al massimo grado di giudizio.
Ma è da qui, dal disinteresse per la questione morale e dall’interesse per la verità, che parte la lotta a ciò che è giusto.
Un bel cast su cui c’è poco da commentare.
C’è un bel filo narrativo e un giusto mix tra eventi storici e un semi poliziesco.
Il problema è la lunga morale che ne fa il regista, e neanche tanto riguardante la schiavitù. L’idea di giustizia e salvezza è troppo cristianizzata: cinque minuti buoni in cui uno schiavo sfoglia la Bibbia guardandone le figure e, affascinato, racconta la storia di chi come loro è stato punito senza peccato per poi ricevere qualcosa di più grande.
E il tutto dedotto da delle immagini cui non associa nessuna conoscenza.
Lo stesso schiavo stringe al petto la Bibbia, una volta libero, con la mezza idea di portarla a casa per diffondere il verbo.
O ancora, dieci minuti abbondanti di discussione del vicepresidente degli Stati Uniti, in corte suprema, sostanzialmente trattanti il nulla. Molto filosofici, molto morali, molto veri. Ma non credibili.
Se arrivi lì senza una cartuccella in mano difficilmente riescono a farti parlare più di un secondo. 600 mi sembrano tantini.
Insomma, è un buon film storico, per quanto lievemente romanzato, strutturato bene intorno ai molteplici incontri in tribunale e ai ritorni in galera come scanditori del tempo. Gli attori sono buoni.
Le forzature morali no.
Per quanto i protagonisti si scaglino violentemente contro la schiavitù si ha l’impressione che l’idea che sta dietro sia, non tanto la rassegnazione, perché si prova a lottare, quanto l’accettazione del proprio destino davanti all’ignoranza del mondo perché qualcosa, qualsiasi essa sia, ci salverà.

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