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Recensione su American Psycho

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28 febbraio 2014

American Psycho è uno dei film più sottovalutati del panorama hollywoodiano, pur rappresentandone un fedele prodotto.
Tutta è una maschera, una facciata, nella quale si annidano vanità e ipocrisia.
La violenza, seppur fagocitata da un’estrema boria, non è che un amplesso di una mente malata, corrotta da un sistema che crea a sua immagine e somiglianza dei simboli, verso cui sviluppare un’autentica ossessione.
Bateman ( Bale, almeno a mio avviso, nella sua migliore interpretazione ) nella sua perversa ricerca del bello, diviene l’antitesi di se stesso, annullando in virtù di un’invidia ben celata, criterio e ragione. Lui è lo psicopatico, l’assassino dai monologhi forti, che valica un fiume di ossequio e perbenismo, mantenendo però l’arroganza tipica del fanatico, di colui che cede sotto i colpi dei suoi miseri istinti.
Non volendolo paragonare al libro, Mary Harron pone l’accento sul lato ”estetico” di una generazione, quella arrivista e superficiale, quasi a voler creare un contrasto fra mondanità e perversione.

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