Recensione su American Pastoral

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Buona la prima / 14 Settembre 2017 in American Pastoral

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ci accostiamo alle persone senza pregiudizi; tuttavia, non manchiamo mai di giudicarle male. Le giudichiamo male mentre siamo con loro, o quando parliamo di loro con qualcuno, o in qualunque altra occasione. E’ così che sappiamo di essere vivi: sbagliando. Riguardo allo Svedese, al fatto che la vita gli avrebbe spalancato le braccia e lo avrebbe portato ovunque volesse: su nessun altro avrei potuto sbagliarmi di più in vita mia.
La letteratura americana ha un grande merito: smonta pezzo per pezzo il Sogno americano, quel sogno individualista che vede l’uomo di successo come il coronamento della vita umana. Chi è lo Svedese? Un prodigio nello sport, un uomo buono, un capitalista avveduto, che sposa un’aspirante Miss America. Distrugge questa perfetta scena “bucolica” una figlia che, pur di ribellarsi ai genitori – e alla presunta perfezione – ed acquisire un’identità sua propria si avvale prima di sogni rivoluzionar-marxisti, poi della spiritualità indiana.
La trasposizione cinematografica, primo film di Ewan McGregor da regista, rende bene l’idea del libro, incentrato sul dramma interiore del protagonista. Se lo Svedese è messo nella sua ricerca dell’innocenza della figlia bene in evidenza, sono tralasciati però da McGregor i personaggi “minori” (ad esempio, la splendida Connelly, nevrotica e conflittuale, qui molto marginale). McGregor ci regala un buon film, abbastanza fedele al libro; pellicola non indimenticabile ma godibile.

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