Recensione su American Hustle - L'apparenza inganna

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19 Gennaio 2014

Vincitore di 3 Golden Globe e candidato a 10 Premi Oscar (tra cui “Miglior film” e “Miglior regista”), “American Hustle – L’Apparenza Inganna” è l’ultima fatica cinematografica di David O. Russell.

Incentrato sulla vita e le opere dei truffatori professionisti Irving Rosenfeld (Christian Bale) e Sydney Prosser (Amy Adams), costretti a collaborare con l’agente dell’FBI RIchie DiMaso (Bradley Cooper) nella storica operazione “Abscam”, il film tenta di porre in luce il gioco dell’apparenza nei rapporti umani e la sua stridente collisione con la realtà. Tutto questo attraverso situazioni tragicomiche e personaggi a tratti grotteschi: è una commedia che s’incrocia continuamente con il dramma, tedofora di un umorismo che fuoriesce nei momenti più gravi misto a un retrogusto amaro che vela le sequenze più comiche. Un riuscitissimo gioco di contrasti enfatizzato da una grandiosa scenografia e da costumi dai toni vintage che ci riportano agli anni ’70 come soltanto Scorsese (Taxi Driver, Quei bravi Ragazzi) aveva finora saputo condurci. Nonostante il genere possa non richiederlo di suo, la fotografia è di ottimo livello, elaborata: notevole la qualità dei movimenti di macchina, coinvolta più di una volta in piani – sequenza sempre ben studiati (menzione speciale alle riprese con il carrello nelle scene nella jacuzzi). Ancora elogi vanno alla colonna sonora: musiche originali di Danny Elfman (e già basterebbero) inframezzate con sottofondi jazz e brani di Wings, America, Paul McCartney (da segnalare un’originalissima versione araba di “White Rabbit” dei Jefferson Airplane, cantata da Mayssa Karaa), spesso posti a commentare anche le scene più “banali”, andando ancora ad alimentare il gioco dei contrasti del film. Per quanto concerne le interpretazioni, la bilancia pende senza dubbio a favore dei ruoli femminili: prestazione più-che-soddisfacente per Jennifer Lawrance che riscatta di parecchie misure quella più-che-deludente di “Hunger Games”; ma è soprattutto Amy Adams a dominare la scena: a partire dai semplici movimenti del suo corpo fino alla grande prova di recitato, la sua presenza regala a qualsiasi scena una valore aggiunto. Di peso è, ad ogni modo, anche il piatto dei ruoli maschili: Christian Bale soddisfa, certo, ma forse non quanto ci si aspettava (penalizzato in gran parte da un personaggio pieno di potenzialità non del tutto sfruttate con indosso un paio di occhialoni da sole onnipresenti che ne annullano quasi semprel a mimica facciale). Jeremy Renner è un fantastico sindaco italo – americano a cui, decisamente, andava concesso ancora più spazio.
Pochi – ma presenti – i punti carenti del film, quali alcuni flashback nel montaggio un po’ prolissi e che comunque potevano essere piazzati meglio e, sicuramente, il finale che, se è vero che può piacere o meno, resta fin troppo sbrigativo, soprattutto in proporzione a una sceneggiatura che, fino a quel momento, si era difesa benissimo.

In conclusione – finalmente contenti di aver ben speso dei soldi al cinema – ci auspichiamo un meritato Academy alla Adams.

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