Recensione su American Hustle - L'apparenza inganna

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14 Gennaio 2014

American Hustle è uno di quei film innamorati della contemporaneità, a dispetto del periodo storico in cui è proiettato. La sua cangiante complessità è lo specchio di un epoca in cui ciò che deve essere mostrato è il disordine e la labilità dei confini (bene-male, uomo-donna, morale-immorale).
Irving Rosenfeld e Sydney Prosser sono due piccoli truffatori che si arricchiscono prendendo assegni da persone sul lastrico, per lo più borghesi impoveriti, con la promessa di un fruttuoso affare. Il fisco li aggancia e, costretti da decisioni discorde, collaborano con la legge per acciuffare altri quattro fraudolenti.
David O. Russel è il regista che più di altri si è fatto velocemente notare nelle grandi cerimonie, dapprima con “The fighter” e poi con “Il lato positivo”, instaurando un singolare e talvolta contrastato rapporto con il pubblico, facendo parlare di se e della sua cifra stilistica.
La sua regia, molto fisica, accusata di plagio a Scorsese, ma anche di eccessivi riferimenti tarantiniani, esplora i molteplici linguaggi umani tramite una curiosità morbosa che spinge la telecamera a pochi centimetri dai volti, dalle mani, dai corpi dei protagonisti, come a coinvolgerci direttamente nella scena, creando un’empatia spaziale di rara e immediata captazione.
Russell co-scrive la sceneggiatura, in realtà adattando quella di Eric Warren Singer, focalizzandosi sui personaggi e il substrato su cui si ergono, riprendendo liberamente alcuni fatti realmente accaduti. L’analisi che ne deriva è il complesso articolarsi di peculiarità ambigue in ragione dell’egregia scrittura strutturale, dove ogni personaggio si distingue dall’altro per qualità caratteriali, ma che tuttavia si trascina un grosso bagaglio psicologico dalle indiscusse sfumature. Ognuno un caso umano al limite. Ognuno con i propri pesanti compromessi. Cinque storie in un solo film: il caduco Irving e il desiderio della scalata sociale; la seducente Sidney, astuta e cangiante, fragile nel suo amore corrisposto ma dolente; il sindaco Polito, compromesso con dolo per il bene dei cittadini e della famiglia; Rosalyn, caso umano non troppo cresciuto in balia del capriccio esistenziale, ben consapevole del proprio potere; Richie DiMaso irruento agente, volenteroso e presente ma fallace. Cinque storie e la polarizzazione che le amalgama con intelligenza, sapienza e spettacolo.
La fotografia mostra colori discordi dalla visione che abbiamo degli anni ’70, sui toni marroni e scoloriti, funzionali ad una pacatezza che sa di apparenza e lascia emergere il cast, vero protagonista. Non è un caso che negli ultimi film di Russell gli attori si siano portati a casa svariate nomination e statuette, confermando un rapporto morboso (talvolta distruttivo) del regista con la figura attoriale.
Trucchi e costumi attenti e al servizio della storia, elargiscono messaggi più profondi riguardo all’apparenza e alla falsità.

P.S. il vero caso umano è Robert De Niro, presente in ogni dove, tra camei, piccole parti e ruoli da protagonista. Pare che la vecchiaia lo spinga ad un sano divertimento di onniscienza, quasi senza discrezione. Esaltante.

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