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Recensione su American History X

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10 agosto 2014

Crudo e violento, ma estremamente veritiero e realistico, American History X è un drammatico monumento alla stupidità dell’odio razziale, ma non di quelli che si limitano a giudicare il razzismo e la xenofobia da un piedistallo di supposta superiorità, bollandoli tout-court come idiozie “perché-sì” o “perché-è-evidente-che-di-ciò-si-tratta”.
Il merito della pellicola di Kaye è di sviscerare a fondo le teorie neonaziste, mettendole in bocca a due persone di cui tutto si può dire tranne che siano prive del bene dell’intelletto: si scopre allora che se il razzismo è sì espressione di un disagio sociale crescente, soprattutto nelle grandi metropoli, spesso è anche (o soltanto) espressione di vendetta e odio per singoli fatti drammatici. Teorie che poi si espandono nel consenso di una base decerebrata, in cui prevale lo spirito del branco e dell’emulazione.
Il disagio sociale urbano insieme all’odio sono dunque aspetti scatenanti apparentemente credibili. Ma non lo sono non appena si sviscerano a fondo tali motivazioni: la scena del pranzo familiare, animato da discussioni politiche, che sfocia in rissa violenta, è fondamentale in tal senso.
Una volta messo alle strette, una volte che le sue idee sono contrastate una per una, il razzista si rifugia nella violenza.
Un radical chic del Vermont che critica i razzisti delle aree metropolitane, su basi squisitamente filosofiche, non sarà purtroppo credibile perché le sue saranno considerate peregrinazioni intellettuali che agli occhi dei rivali valgono come il “che mangino brioche” rivolto da Maria Antonietta a quelli che chiedevano come avrebbe fatto il popolo senza pane.
Il ravvedimento di Derek in carcere, dopo esser stato condannato per un duplice raccapricciante omicidio, deriva soprattutto da una riflessione interiore: la spirale di odio si autoalimenta e non serve a nulla se non a far crescere ulteriormente l’odio, come dimostra il drammatico finale. Quando il preside di liceo gli chiede se la sua vita sia migliorata in seguito alle sue idee, se esse gli abbiano portato qualche beneficio, ecco che crolla definitivamente il castello ideologico già intaccato alle fondamenta.
Unica vera cosa sconfortante della pellicola, perché ineluttabilmente reale, è la considerazione che l’unica via di uscita ad una situazione drammaticamente compromessa, come quella di Derek, debba essere la fuga. Non la fuga di un soggetto ormai compromesso e minacciato sia dai suoi vecchi amici che dai nemici pronti alla vendetta. Bensì la fuga che a mio avviso è da intendere anche metaforicamente come fuga di chi non ne può più davanti a condizioni di vita urbana pericolosamente degenerate.
Chi può fugge, chi non può resta in trincea a combattere. Questo è il messaggio finale sconsolante, segno di fallite politiche di integrazione, di lotta alla violenza metropolitana e non solo (ci sarebbe da aprire un intera discussione sul tema delle armi, ma da recensione diventerebbe un trattato).
Dunque un film dalla morale agrodolce ma estremamente bello e intenso, assolutamente da vivere e da utilizzare per ampie discussioni sul tema.
Ultime annotazioni vanno alla regia di Tony Kaye, che è anche direttore di una fotografia che non poteva che essere in bianco e nero (anche se nel finale torna a colori, con scelta discutibile). Riuscitissimi i primi piani alla Sergio Leone, con l’inquadratura che si concentra tra le sopracciglia e il mento, esaltando la mimica di attori quasi tutti eccezionali (Edward Norton, in particolare, dimostra di essere, a mio avviso, un vero fenomeno della recitazione).
Ritmo serratissimo ma ben controllato, scene d’azione tutte ottimamente gestite da un regista (di famiglia ebrea ortodossa) esordiente nel grande schermo dopo essersi occupato principalmente di spot pubblicitari e video musicali.

5 commenti

  1. Uno spettatore qualunque / 10 agosto 2014

    Che filmone. Un capolavoro che proprio nella sua crudezza e nell’analisi del fanatismo di certe ideologie malate trova il suo fascino, senza alcuna briciola di buonismo ed ottimismo che invece si trovano nel 98% delle pellicole sul tema!

  2. hartman / 10 agosto 2014

    Concordo. Crudo e veritiero, per nulla dottorale. Senza buonismi, come dici giustamente. Riuscitissimo per questi motivi

  3. Bisturi / 11 agosto 2014

    Un film che andrebbe proiettato nelle “scuole”….bellissimo, realistico, Umano, veramente molto, troppo umano. Un film umanista che analizza in modo diretto la stupidità, l’ingoranza e il non senso di tante nostre azioni e reazioni. Davvero moderno, ogggi più che mai!

  4. hartman / 11 agosto 2014

    hai ragione @rodriguez86… sai cosa ho pensato? che il film è talmente tanto veritiero e forte, che probabilmente si presterebbe anche a visioni distorte, emulative…
    però è vero che sarebbe da vedere a scuola… anzi meglio che venga visto a scuola sotto il “tutoraggio” di un insegnante pronto a “sedare” eventuali letture fuorvianti….

    • Bisturi / 11 agosto 2014

      Sicuramente verrebbe distorto da moltissimi il messaggio del film, in special modo dai giovanissimi di oggi i quali, per il 70% (voglio essere buono), non capiscono un caz*o, ma opterei sempre per una divulgazione di questi film, per poter dire ,perlomeno, “ci abbiamo provato”. Così come proietterei in qualche ipotetica scuola, invece di tante inutili chiaccheire e bla bla bla, “Arancia Meccanica” di Kubrick e tanti altri film forti ma dal significato così umano. @hartman

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