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American History X

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American History X
American History X

Un naziskin pentito esce di prigione e scopre che il fratello minore intende ripercorrere le sue gesta, frequentando lo stesso gruppo xenofobo di cui era stato un membro importante.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: American History X
Attori principali: Edward Norton, Edward Furlong, Beverly D'Angelo, Avery Brooks, Jennifer Lien, Ethan Suplee, Stacy Keach, Fairuza Balk, Elliott Gould, Guy Torry, William Russ, Joe Cortese, Jason Bose Smith, Antonio David Lyons, Alex Sol, Giuseppe Andrews, Keram Malicki-Sánchez, Michelle Christine White, Jonathan Fowler Jr., Christopher Masterson, Jordan Marder, Nicholas R. Oleson, Paul Le Mat, Thomas L. Bellissimo, Cherish Lee, Sam Vlahos, Tara Blanchard, Anne Lambton, Steve Wolford, Richard Noyce
Regia: Tony Kaye
Sceneggiatura/Autore: David McKenna
Colonna sonora: Anne Dudley
Costumi: Doug Hall, Marisa Aboitiz
Produttore: John Morrissey, Bill Carraro, Kearie Peak, Steve Tisch, Lawrence Turman
Produzione: Usa
Genere: Azione, Drammatico, Poliziesco
Durata: 119 minuti

Bello bello bello / 3 Dicembre 2015 in American History X

Film stupendo!

10 Agosto 2014 in American History X

Crudo e violento, ma estremamente veritiero e realistico, American History X è un drammatico monumento alla stupidità dell’odio razziale, ma non di quelli che si limitano a giudicare il razzismo e la xenofobia da un piedistallo di supposta superiorità, bollandoli tout-court come idiozie “perché-sì” o “perché-è-evidente-che-di-ciò-si-tratta”.
Il merito della pellicola di Kaye è di sviscerare a fondo le teorie neonaziste, mettendole in bocca a due persone di cui tutto si può dire tranne che siano prive del bene dell’intelletto: si scopre allora che se il razzismo è sì espressione di un disagio sociale crescente, soprattutto nelle grandi metropoli, spesso è anche (o soltanto) espressione di vendetta e odio per singoli fatti drammatici. Teorie che poi si espandono nel consenso di una base decerebrata, in cui prevale lo spirito del branco e dell’emulazione.
Il disagio sociale urbano insieme all’odio sono dunque aspetti scatenanti apparentemente credibili. Ma non lo sono non appena si sviscerano a fondo tali motivazioni: la scena del pranzo familiare, animato da discussioni politiche, che sfocia in rissa violenta, è fondamentale in tal senso.
Una volta messo alle strette, una volte che le sue idee sono contrastate una per una, il razzista si rifugia nella violenza.
Un radical chic del Vermont che critica i razzisti delle aree metropolitane, su basi squisitamente filosofiche, non sarà purtroppo credibile perché le sue saranno considerate peregrinazioni intellettuali che agli occhi dei rivali valgono come il “che mangino brioche” rivolto da Maria Antonietta a quelli che chiedevano come avrebbe fatto il popolo senza pane.
Il ravvedimento di Derek in carcere, dopo esser stato condannato per un duplice raccapricciante omicidio, deriva soprattutto da una riflessione interiore: la spirale di odio si autoalimenta e non serve a nulla se non a far crescere ulteriormente l’odio, come dimostra il drammatico finale. Quando il preside di liceo gli chiede se la sua vita sia migliorata in seguito alle sue idee, se esse gli abbiano portato qualche beneficio, ecco che crolla definitivamente il castello ideologico già intaccato alle fondamenta.
Unica vera cosa sconfortante della pellicola, perché ineluttabilmente reale, è la considerazione che l’unica via di uscita ad una situazione drammaticamente compromessa, come quella di Derek, debba essere la fuga. Non la fuga di un soggetto ormai compromesso e minacciato sia dai suoi vecchi amici che dai nemici pronti alla vendetta. Bensì la fuga che a mio avviso è da intendere anche metaforicamente come fuga di chi non ne può più davanti a condizioni di vita urbana pericolosamente degenerate.
Chi può fugge, chi non può resta in trincea a combattere. Questo è il messaggio finale sconsolante, segno di fallite politiche di integrazione, di lotta alla violenza metropolitana e non solo (ci sarebbe da aprire un intera discussione sul tema delle armi, ma da recensione diventerebbe un trattato).
Dunque un film dalla morale agrodolce ma estremamente bello e intenso, assolutamente da vivere e da utilizzare per ampie discussioni sul tema.
Ultime annotazioni vanno alla regia di Tony Kaye, che è anche direttore di una fotografia che non poteva che essere in bianco e nero (anche se nel finale torna a colori, con scelta discutibile). Riuscitissimi i primi piani alla Sergio Leone, con l’inquadratura che si concentra tra le sopracciglia e il mento, esaltando la mimica di attori quasi tutti eccezionali (Edward Norton, in particolare, dimostra di essere, a mio avviso, un vero fenomeno della recitazione).
Ritmo serratissimo ma ben controllato, scene d’azione tutte ottimamente gestite da un regista (di famiglia ebrea ortodossa) esordiente nel grande schermo dopo essersi occupato principalmente di spot pubblicitari e video musicali.

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17 Settembre 2013 in American History X

Reputo Edward Norton uno dei migliori attori della sua generazione (ma non solo, forse the best); in questo film è grandioso ma non vanno scordate le sue interpretazioni in “Scheggie di paura” e “Figth club”. In questo film ottima l’interpretazione di Edward Furlong (“I cavalieri che fecero l’impresa” ma soprattutto “Terminator 2”).
Non aggiungo di più perchè l’ho visto un pò di tempo fa, ma devo sicuramente rivederlo.

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10 Marzo 2011 in American History X

Questo film andrebbe proiettato nelle scuole, per legge e a spese dello Stato: è educativo come nessuna pubblicità progresso sarà mai.

31 Gennaio 2011 in American History X

Norton bravo, per carità.
Ma quando, dopo la doccia “violenta”, cammina come il Pinguino, riesce a trasformare un episodio drammatico in una vicenda macchiettistica.