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Recensione su Agente Lemmy Caution, missione Alphaville

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Il cuore sintetico di Parigi / 22 novembre 2015 in Agente Lemmy Caution, missione Alphaville

(Pensieri sparsi)

Confesso che, durante la prima metà del film, ero letteralmente spiazzata, priva di riferimenti di qualsiasi natura che mi permettessero di trovare la rotta in un film in cui la logica che sottende le dinamiche sociali sembra totalmente esplosa.
Lentamente, credo di aver trovato gli agognati appigli, così anche le iniziali anomalie hanno assunto un aspetto più definito e le curiose e quasi ridicole incongruenze del film (sparatorie quasi fumettistiche, strane frasi ricorrenti, ecc.) hanno trovato giustificazione.

Alphaville, inteso sia come film che come città, è un incubo ad occhi aperti: spazi impersonali, assoluta mancanza di personalità, codici etici sovvertiti. Resta curioso il fatto che, urbanisticamente, Alphaville non sia altro che il cuore modernista di Parigi, fatto di cemento armato polito e impenetrabile, superfici vetrate e arredi minimalisti: il nucleo di una città così poliedrica, vivace, socialmente ed architettonicamente stratificata è, paradossalmente, un luogo praticamente privo di palpito vitale, regolato da un’intelligenza sintetica.

Affascinante l’uso quasi magico-animistico della parola, mi ha ricordato quel poco di Borges che conosco: parole e sentimenti sono strettamente connessi, il fatto di non poter dare un nome a qualcosa, qualora ciò neppure sia contemplato (come i sentimenti e i ricordi, banditi da Alphaville), ne nega l’esistenza. Dare un nome a qualcosa che non c’è è altamente illogico e la mancanza di logica è la più grave colpa possibile, in Alphaville.
La presenza ingombrante della logica sembra eliminare ogni possibilità di immaginazione: all’uomo non viene concesso di formulare ipotesi o riflessioni, la forza reazionaria degli individui, per quanto giovani, è totalmente annichilita. Alpha 60, il cervello elettronico che sottende l’organizzazione della città, ha stabilito in anticipo cosa gli abitanti della città, sorta di robot anaffettivi, possono o non possono fare/pensare.

Sono convinta che un vecchio videoclip di David Bowie, Jump they say, citi apertamente il film di Godard in almeno un paio di sequenze: http://bit.ly/QBY14v

1 commento

  1. Unospettatorequalunque / 23 novembre 2015

    Godard, la mia croce e delizia. Prima o poi dovrò recuperarlo e ridargli una possibilità. 😛

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