Recensione su Love & Secrets

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Non tutte cose buone / 3 Dicembre 2013 in Love & Secrets

All Good Things o, se preferite, Love & Secrets, come è stato ribattezzato nelle sempre più assurde traduzioni italiane di titoli stranieri (ma io dico, perché non dare un titolo italiano, tanto che dovevano cambiarlo, perché stare lì a sforzarsi di trovare due parole comunque inglesi che l’ignorante – secondo loro – pubblico italiano potesse arrivare a capire), è uno dei classici esempi di quelle che vengono definite “occasioni mancate”. Perché? Perché gli ingredienti per fare un film davvero buono e di qualità c’erano tutti ma non li si è saputi sfruttare. E in questo caso, quindi, non è poi questo gran peccato che il film in questione non abbia ricevuto chissà quale pubblicità o distribuzione.
Partiamo dagli ingredienti che potevano rendere All Good Things un successo: innanzitutto il protagonista assoluto della vicenda, Ryan Gosling, attore giunto alla ribalta negli ultimi anni e oramai divo affermato del cinema statunitense apprezzato da pubblico e critica; poi gli altri interpreti, prima fra tutti Kirsten Dunst, e qui ammetto di essere leggermente di parte perché Kirsten mi piace come attrice ma prima ancora come persona e poi la trovo incredibilmente bella, graziosa… sì, insomma, molto vicina alla perfezione; poi ancora la sceneggiatura, ispirata ad una storia che, oltre ad essere realmente accaduta, ha anche scosso l’opinione pubblica americana per più di un ventennio senza però mai venire del tutto chiarita.
Ora veniamo a come questi ingredienti siano stati innanzitutto messi male insieme e poi anche in quantità sbagliate. La prima vittima è stata proprio la storia in sé. Il film, infatti, scorre chiaramente a due velocità e non riesce a prendere quota con nessuna delle due perché, fondamentalmente, quella che stava permettendo al film di farlo la si abbandona a metà in favore di un’altra che per riuscire bene avrebbe avuto bisogno probabilmente dell’intero film per svilupparsi. C’è quindi una prima parte davvero interessante, che riesce ad appassionare lo spettatore; poi c’è l’ultima mezz’ora frenetica, convulsa, dove viene messa davvero, come si suol dire, troppa carne a cuocere. Poi, ancora, c’è una prima parte in cui si pensa che ci siano due protagonisti, una storia d’amore violenta, sbagliata, e quindi tutto quello che ne seguirà; ma c’è, poi, una seconda parte in cui ci si rende conto che il vero protagonista è uno, Ryan Gosling, e che il film null’altro è se non il ritratto di un uomo malato, con reali problemi psichici, tormentato dall’esperienza infantile del suicidio della madre che mai verrà del tutto approfondito nel film.
La prova attoriale di Gosling è sicuramente buona. Il suo viso, la cui ambiguità e imperfezione in questo film è stata nettamente evidenziata, ben si presta all’interpretazione di questo genere di personaggi. Non è un caso che nella sua filmografia compaiano spesso soggetti simili. Anche pensando soltanto a film che ho visto me ne vengono già in mente due: il naziskin di The Believer e il ragazzino manipolatore in fissa con il delitto perfetto di Formula Per Un Delitto. In All Good Things, la sua gestualità, lo sguardo, sono davvero quelli di un uomo profondamente disturbato. Peccato che tutto il suo buon lavoro sia stato rovinato poi dai truccatori nelle scene che raccontano il periodo in cui Durst (questo il vero cognome dell’uomo cui è ispirato il personaggio di Gosling) si travestì da donna o peggio ancora in quelle dove appare invecchiato. Pensavo di aver visto tutto con il Johnny Depp invecchiato e tanto somigliante a Luciana Littizzetto nelle scene finali di Blow, ma dopo il Ryan Gosling invecchiato e pure travestito da donna di questo film posso davvero affermare che al lavoro infimo di un truccatore non c’è mai fine.
Quindi, come dicevo, le cose che non mi hanno convinta di questa pellicola, e che mi hanno quindi impedito di dargli un voto più alto, sono state fondamentalmente: la sceneggiatura, in alcuni punti e soprattutto nella seconda parte; il trucco di Gosling; e poi anche diverse scelte di montaggio discutibili.
Ma per quanto riguarda la prima parte del film, ovvero l’incontro tra David e Katie (i personaggi di Ryan Gosling e Kirsten Dunst), la loro vita insieme sia nella fase iniziale dell’innamoramento che in quella successiva della violenza, non posso dire altro se non che c’è davvero un’ottima narrazione e soprattutto un’altra incredibile prova d’attrice della Dunst perché il ritratto che fa di questa donna, soprattutto in alcuni passaggi, è davvero splendido, toccante, commovente, insomma coinvolgente e inoltre quanto mai attuale dato tutto il parlare che si fa in questo periodo di femminicidi et similia.
Sicuramente non era una storia semplice da raccontare, ma credo che molto sia dipeso dal regista, tale Andrew Jarecki (che in parte è stato anche sceneggiatore), e dalla sua scarsa esperienza. Forse il tutto in mano a qualche altro suo collega sarebbe certamente stato reso migliore.
Diciamo che All Good Things è servito come ennesima dimostrazione del talento di Ryan Gosling e Kirsten Dunst che hanno davvero risollevato, con due interpretazioni convincenti e talentuose, le sorti di un film che non riesce a centrare i propri obiettivi.

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