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Recensione su Alien

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“Nello spazio nessuno può sentirti urlare” / 19 febbraio 2017 in Alien

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Quella sopra è la concisa tagline del film che alla fine degli anni settanta riportò in auge il sottogenere fanta-horror, tipico degli anni cinquanta, dando via a una delle più appassionanti saghe del cinema fantastico, quella di Alien.
Dopo il successo senza precedenti di Guerre stellari, la 20th Century Fox si convinse che era possibile produrre film di fantascienza in maniera proficua, anche se il soggetto di Alien era quanto di più diverso dal film di Lucas.
Le differenze tra le due saghe sono evidenti, tanto è fiabesca una tanto è terrorizzante l’altra. In Alien si spinge più sul pedale del realismo e della plausibilità. I protagonisti del primo film non sono eroi ma semplici operai con le loro tute logore. Il motore che li fa agire è solo quello della lotta per la sopravvivenza. L’astronave dove prestano servizio è sporca e usurata, un ambiente claustrofobico come può esserlo la sala macchine di un sommergibile. In quest’ambiente s’insinua, è proprio il caso di dire ricordando la famosa scena della sua prima apparizione, una minaccia sfuggente e dalle varie forme vitali, che quando si rivelerà esplicitamente, lo farà in tutto il suo essere terrorizzante. Sì, perché uno dei grandi meriti di questo film è di aver creato, per mezzo dell’artista svizzero H.R. Giger, una delle creature più memorabili della storia del cinema. Mai visto nulla di simile prima di allora, un’oscena creatura biomeccanica che si sviluppa in una specie di uovo dalla forma vulvare e da dove “nasce”, sotto forma di una mano codata dai lunghi artigli (Facehugger), e va subito alla ricerca di una vittima in cui impiantare gli embrioni dell’alieno. Fatto ciò muore, l’embrione si sviluppa nell’organismo e quando raggiunge la maturità, ne esce facendosi strada nei tessuti della vittima. L’alieno in questo stadio (Chestburster), dalla forma fallica, inizia a svilupparsi fino a diventare adulto, lo Xenomorfo definitivo, un essere freddo, letale e intelligente, dal sangue acido e nessuna remora morale, guidato dalla sola volontà di nutrirsi e riprodursi.
L’idea alla base del primo film nasce grazie allo sceneggiatore Dan O’Bannon, che aveva esordito nel mondo del cinema nel 1974, con l’allora amico John Carpenter, in Dark Star, una specie di parodia del film di Kubrick 2001: Odissea nello spazio, ma che conteneva già in embrione alcuni elementi che poi ricorreranno in Alien.
O’Bannon soffriva di dolorosi problemi di stomaco (che gli sarebbero stati fatali nel 2009, anno della sua morte) e leggenda vuole che fosse proprio in seguito a uno essi, in una notte insonne, che immaginò la scena che sarebbe diventata il climax principale del film e uno dei più memorabili della storia del cinema: un mostro che nato e sviluppatosi nella pancia di un uomo, ne esce dolorosamente e sanguinosamente dal petto.
Il progetto, che inizialmente doveva intitolarsi Starbeast, si espanse con l’interessamento del regista e produttore Walter Hill, della 20th Century Fox e altre figure professionali, dall’artista H.R. Giger al regista Ridley Scott, che lo fecero diventare il film che conosciamo.
L’equipaggio del cargo commerciale Nostromo, in rotta di ritorno verso la Terra, è risvegliato dal proprio sonno criogenico dall’intelligenza artificiale di bordo (Mother) in seguito ad una richiesta di soccorso da un vicino pianeta sconosciuto. Giunti sulla superficie del pianeta scoprono una grande nave aliena con a bordo il corpo mummificato di un’enorme creatura umanoide. Dentro la nave ci sono anche centinaia di strane uova. Da una di essa fuoriesce una strana creatura che si attacca alla faccia di uno degli astronauti, inoculandoli dalla bocca, all’insaputa di tutti, un embrione. Tornati sulla Nostromo l’uomo si riprende ma, durante la cena si sente male e dal petto ne esce una mostruosa creatura, uccidendolo. Da qui inizieranno una serie di scontri che elimineranno uno alla volta i membri dell’equipaggio, finché l’unica superstite, Ellen Ripley, non riuscirà a espellerlo nello spazio e lei a fuggire con una capsula di salvataggio.
Fra uno scontro e l’altro si viene a sapere che in realtà non esisteva nessun messaggio di soccorso. Il computer di bordo, rispondendo a una direttiva della “Compagnia” proprietaria della Nostromo, che lo obbligava a indagare su ogni segno di vita aliena trovata durante il viaggio aveva risvegliato l’equipaggio con la scusa dell’S.O.S. interplanetario. Membro dell’equipaggio anche Ash, un androide che come il computer risponde alle medesime direttive della Compagnia. Il suo scopo è di preservare l’alieno per essere portato sulla Terra in modo da essere studiato per eventuali utilizzi commerciali. Nel far ciò cerca di eliminare Ripley, che invece l’alieno vuole ucciderlo.
La storia ricorda due vecchi film di fantascienza. Uno è Il mostro dell’astronave (It! The Terror from Beyond Space, Edward L. Cahn, 1956), dove a bordo di un’astronave di ritorno da una missione di salvataggio un essere misterioso comincia a uccidere i membri dell’equipaggio. L’altro è l’italiano Terrore nello spazio (Mario Bava, 1966), dove l’equipaggio di un’astronave riceve una richiesta di soccorso da un pianeta sconosciuto e disabitato. Arrivati sul posto gli astronauti scoprono i resti di una nave aliena con all’interno gli scheletri di un equipaggio di umanoidi giganteschi e morti da tempo. Molto più di semplici motivi ispiratori. Probabilmente Dan O’Bannon, lo sceneggiatore, li vide e decise di rielaborarne il soggetto. D’altronde qualcosa era già possibile ritrovare, come detto, nel suo film d’esordio, girato insieme a John Carpenter, Dark Star (1974), dove un alieno semina scompiglio sull’astronave del titolo.
Altra palese fonte d’ispirazione è La cosa da un altro mondo (The Thing From Another World, Christian Nyby, Howard Hawks, 1951), di cui il soprannominato Il Mostro dell’Astronave ne era già una rielaborazione.
Anche lo scrittore di fantascienza A.E. Van Vogt, dopo la visione del film, ravvisò una certa somiglianza della trama col suo racconto Discord in Scarlet (1939) e col romanzo Voyages of the Space Beagle (1950). La denuncia che sporse confermò il plagio e lo scrittore ricevette (a porte chiuse) un sostanzioso risarcimento.
Le vere originali novità presenti nel film riguardano l’equipaggio e l’aspetto scenografico dell’astronave e dell’alieno. I protagonisti sono molto diversi dagli eroi spaziali visti fino allora. Sembrano più camionisti che astronauti, indossano tute logore e sporche di olio e discutono degli straordinari e dello stipendio. In pratica sono persone “vere”.
L’astronave Nostromo non è uno sfavillante incrociatore spaziale, ma una nave commerciale, con i corridoi e le paratie piene di tubi grondanti grasso e altri liquami. Quella aliena, invece, ricorda un inquietante castello gotico. La creatura poi, come abbiamo già detto, è qualcosa di mai visto prima.
La presenza fra i membri dell’equipaggio di un androide (Ash), funge per il regista Scott da anticipazione del tema principale del suo film successivo, Blade Runner (1982). Esseri artificiali saranno presenti in ogni film della saga, pur se interpretati da attori diversi, tanto da rappresentarne una sorta d’interessante sotto trama.

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