Recensione su Albert Nobbs

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m forse è più corretto mezzo punto in meno / 22 Febbraio 2012 in Albert Nobbs

E’ un film “femminista” nel senso che è la donna e la sua condizione che sono il vero tema del film e senza un tema così forte i limiti della messa in scena sarebbero più evidenti. Mi ha ricordato smaccatamente Lontano dal Paradiso IL Film più femminista degli ultimi anni, ma girato da un vero poeta delle immagini: anche lì la differenza di censo e di genere sono gli elementi chiave per cui un uomo, benestante, può vivere la sua diversità, una donna no. E i protagonisti sarebbero stati due Albert e Hubert, il primo è un vergine (in senso non tecnico, ma vero) così scioccato dalle sue esperienze da vivere con una ossessione che gli mangia l’anima e la vita e che non ha la maturità emotiva per leggere il reale e staccarsene; il secondo è un personaggio maiuscolo che interpreta la condizione femminile con piena consapevolezza ed è la vera lesbica con tanto di affettività e passionalità compiuta.
Di Rodrigo Garcia credo di aver visto tutti i film, lui viene da Csi, i precedenti film erano tutti ad episodi e tutti hanno raccontato sempre e solo la donna, è come se lui non avesse altro che quell’interesse e lo trovo almeno particolare. Nei film ad episodi si stempera la poca ricercatezza registica, in questo film c’è una, piatta, narrazione di eventi e tipi, peccato. Ricordo solo la scena, doppia, delle lenzuola, metafora del sesso e della coppia, è lì che Ellen ha il primo approccio con il ragazzo, è lì che comincia il suo rapporto con Hubert.
Albert è asessuato, non è neppure un uomo (la violenza sessuale ha polverizzato la sua sessualità, credo sia la cosa più crudele narrata ed è la cosa più attuale), segue pedissequamente un tipo sociale e vi si conforma (con i desideri stereotipati, oggi diremmo consumistici, e ci trovo ancora di più il legame con Lontano dal paradiso), se c’è un altro tema del film è appunto la maschera, tutti ne hanno una, tutti la seguono, l’unico che se ne libera è il medico, cosa che non vedremo neppure. Se tutto ciò è molto ben radicato nell’epoca in cui si svolge il film, in cui convenzioni e classi sono rigide e definiscono il mondo, però il suo senso è valido anche nella nostra epoca direi: il mondo è maschio, il potere, la libertà, le regole, tutto è maschile, se vi si aggiunge la disparità economica lo stato di minorità della donna diventa insuperabile.
Le scene di vita domestica di Hubert sono state troppo poche per definirle bene, la coppia vive secondo regole etero, lei cucina, lui parla con l’amico, è vero che vivono in una gabbia di paura per cui il lavoro e la vita quotidiana li costringono a interpretare un personaggio sempre, però fra loro ci sono scene di dolcezza che non sono inquinate da altro. Scene simili sono dedicate alla camerierina all’inizio del suo idillio con il ragazzo, però poi lui da uomo si serve di lei in quanto femmina; scene dello stesso tenore ci sono fra Mary e il medico, lui fa godere lei, quindi le riconosce dignità soggettiva nell’intimità nascosta, ma le convenzioni sociali, alla luce del sole, li ricacciano in ruoli di padrone/serva, però il finale qui è differente e positivo.

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