Recensione su Achille e la tartaruga

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Kitano parla poco ma dice tanto / 30 Marzo 2020 in Achille e la tartaruga

Pellicola che chiude la cosiddetta “trilogia del suicidio artistico”, di cui fanno parte i precedenti Takeshis’ e Glory to the Filmmaker!.
Kitano riesce a rappresentare, iperbolicamente, fino a che punto può arrivare un artista che cerca il successo. L’arte nel senso più malato e dannoso, versando sangue e bruciando la sua stessa carne, letteralmente, pur di trovare l’ispirazione. Incredibile come, Kitano, con un semplice tic dell’occhio riesca a suscitare tantissime emozioni diverse, a volte anche opposte, a volte, anche nello stesso istante.
Le dolci melodie di Yuki Kaijura si contrappongono alla violenza creativa di Machiusu e inducono all’empatia e alla comprensione di una passione diventata ossessione.

Kitano parla poco ma si fa capire bene.
Senza retorica spicciola ci mostra che arte successo non vanno a braccetto e bisogna fidarsi solo del proprio istinto.
Il vero artista è colui che vive della sua passione senza aspettarsi il riconoscimento e la comprensione altrui.

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