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15 agosto 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Violenze, guerre di potere, abusi legittimati in nome della religione…Agorà è tutto questo, uno dei tanti vergognosi episodi in cui la religione e la scienza si fronteggiano con esisti drammatici e sanguinosi.
Un impianto scenografico degno di uno dei più bei kolossal hollywoodiani, ambientati nel IV secolo d.C. nella splendida Alessandria d’Egitto, a quei tempi rinominato fiore all’occhiello della cultura occidentale grazie anche alla presenza dell’imponente biblioteca alessandrina, una cultura percepita come impedimento al diffondersi della religione e per questo da estirparsi tramite fanatismi religiosi.
Aleandro Amenabar dà vita a un film ridondante, sovrabbondante in alcuni punti, prolisso in altri, ma se la cava davvero bene nello spaziare tra il racconto storico e filosofico, coadiuvato dalla presenza di una bravissima Rachel Weisz nel ruolo della geniale astrologa e matematica Ipazia.
Il film non vuole essere denigratorio contro la cultura cristiana come il Vaticano disse ai tempi della sua uscita, ma vuole essere un monito d’accusa contro le estremizzazioni e i fanatismi di tutte le religioni, dalla cristiana all’ebraica, dalla musulmana all’induista.
Ipazia si può considerare la prima femminista della storia, una donna coraggiosa che riesce a imporsi in un mondo prettamente maschile, anche se questo le costerà il sacrificio della sua stessa vita.
Un film ben fatto, che ci regala immagini di rara bellezza e che fa riflettere sulla follia del fanatismo religioso. Meravigliosa la figura di Ipazia, una donna intelligente, coraggiosa, arguta, ma allo stesso tempo fragile e bisognosa d’amore, interpretata meravigliosamente da Rachel Weisz.
Non è un capolavoro, ma una visione la merita assolutamente.

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