Recensione su Questione di tempo

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17 febbraio 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un film spiazzante, sia nella struttura che nei contenuti.
Parte come commedia sentimentale tinta di fantascienza e tale rimane fino a metà circa, per poi virare su una più ampia riflessione sulla condizione del protagonista, in verità lasciando un pò spiazzato lo spettatore.
Tim è un adorabile imbranato che a 21 anni scopre di avere un dono eccezionale, la possibilità di viaggiare nel tempo e rivivere il proprio passato, semplicemente pensando ad un momento preciso.
Il dono di Tim è una metafora del desiderio universale di ogni uomo di poter tornare indietro e rivivere alcuni momenti, cambiando ciò che è stato per sfuggire ai rimpianti del presente.
E Tim lo fa, rivive alcuni momenti del proprio passato prossimo per dare una diversa direzione alle cose, regalandoci, peraltro, momenti buffi in modo piacevolissimo.
Per una buona metà il film ruota intorno alla storia d’amore tra Tim e Mary (una Rachel McAdams “condannata” ad innamorarsi di viaggiatori nel tempo a quanto pare…) ma, e qui sta l’elemento straniante e al contempo interessante del film, in un’ambiguità difficilmente spiegabile, ad un certo punto il film amplia il raggio, allarga l’ottica, e ci offre una riflessione sul tempo e sulla “qualità” della nostra esistenza.
Ci sono momenti che neanche un dono eccezionale come quello di Tim permette di cambiare, scelte da cui non si può tornare indietro, attimi irripetibili.
Non tutto è riscrivibile e non è quello il senso della capacità di Tim, come saggiamente gli mostrerà suo padre, dotato dello stesso dono, che si tramanda a tutti i membri maschi della famiglia.
Ciò che bisogna imparare a fare, e Tim ha una corsia preferenziale in tal senso, è vivere ogni giorno come se si fosse scelto di vivere quelle specifiche 24 ore, come un dono.
Bisogna apprezzare il mondo sfuggendo alla centrifuga delle nostre ansie e preoccupazioni, che spesso ci allontanano dalla vera essenza di questo meraviglioso viaggio che è la nostra vita.
Qui sta il messaggio del film e vi assicuro che arriva chiaro e forte, non lesinando anche qualche palpitazione qua e là.
Mi chiedo però se si potesse evitare di spezzare così il film. In fondo è come regalare allo spettatore mappa e poi lasciarlo privo di coordinate. Sarebbe meglio non cambiare così le carte in tavola, la cesura è netta e percepibile e questo va, o potrebbe andare, parzialmente discapito di un film altrimenti davvero interessante.
Ma a dispetto di ciò, non posso dire che non mi sia piaciuto, anzi. A tratti l’ho adorato. La parte istintiva di me ha sentito una connessione forte con la storia, portandomi a provare delle sensazioni che non posso ignorare.
Tecnica e pathos sono due facce della stessa medaglia, si, ma a volte ci sono dei richiami più forti di qualsiasi problema di struttura.
Davvero bella la colonna sonora.

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