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Recensione su A Single Man

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Passione e silenzio: elaborare il lutto / 24 settembre 2011 in A Single Man

Uscito praticamente in contemporanea con Avatar, in quei giorni ovunque sul web giravano sondaggi per stabilire quale dei due fosse il film migliore, il film dell’anno, il super film, o che addirittura lanciavano assurde competizioni sul modello: “e tu che tipo sei? l’uno o l’altro”. Ma che mania quella di queste gare al cavallo vincente, ai pronostici a tutti i costi, agli “eureka, questo rivoluzionerà tutto quanto abbiamo conosciuto fino ad oggi”, per eleggere un dio del momento, che spesso poi non dura più di una stagione. Che mania, e quanta limitatezza di vedute – ancor’più nel caso di questi due film, così diversi, così appartenenti a concezioni di cinema diametralmente opposte, eppure entrambe con pari dignità di appartenenza al mondo di celluloide, da far emergere ancora una volta, con una chiarezza di cui non c’era bisogno, le logiche distorte di un certo sistema-cinema.

Comunque.
Cosa penso di Avatar, l’ho già scritto. A Single Man l’ho visto di recente e mi è piaciuto subito: la cura nelle scenografia, l’eleganza, le scelte accurate nella costruzione delle scene, la raffinatezza diffusa (visiva e verbale), e quella “tranquillità” dell’atmosfera che permea ogni passaggio, solo apparentemente giustificata dalla resa di “un’altra epoca”, più pacata, meno frenetica, invece sicuro mezzo espressivo per comunicare immediatamente che ciò di cui si tratta qui ha poco a che fare con gli eventi e molto di più con il sentire, e non tanto con il pensiero, quanto con le percezioni. Insomma, un film che, fin dalla messa in scena, dichiara subito che ciò di cui vuole parlare è l’intimità: quella della relazione tra due “singoli” nella coppia (comunque assortita, amanti o amici) e quella di un “singolo” con se stesso.

Uno degli aspetti che mi è piaciuto di più è che non sono molti i film che riescono a mettere in scena l’intensità e la passione di una relazione certamente sessuale, oltre che amorosa, senza nemmeno mostrare, o quasi, un lembo di pelle, uno straccio di contatto o di amplesso, un apparire di corpi più o meno svestiti, ma solo suggestioni, ammiccamenti, suggerimenti, percezioni da coda dell’occhio, deglutizioni da acquolina in bocca, da vibrante tensione per il desiderio del contatto, della scoperta dell’altro e della fusione – continuamente rinnovata eppure effimera – con lui. Tuttavia non vi è nessun dubbio su ciò che attraversa George, su ciò che lo abita davanti a questo inaspettato, violento e obbligatorio distacco, d’anime certo, ma di carne – ancora più certo. Egli in fondo non parla quasi mai di ciò che prova, eppure tutto nei suoi movimenti, nelle vibrazioni che attraversano il suo corpo, nei suoi sguardi, nei pensieri che non ci comunica, nei silenzi, nei gesti di routine e in quelli privati, apparentemente estremi, ma troppo calibrati per esserlo veramente, nelle azioni compiute a metà, nelle incertezze, esprime con incredibile chiarezza e inequivocabile intensità il dolore e la tensione di una classica, eppure sempre inedita in noi, elaborazione del lutto.

Insomma: intenso, ricco, pacato e raffinato.

P.s.
Colin? Bravo, certamente (e sempre meglio via via con il passare degli anni), un’ottima prova, ma forse a mio parere un po’ troppo osannato rispetto a quanto fosse equilibratamente giusto tributargli.

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