Recensione su A proposito di Schmidt

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Un’amara e struggente riflessione sulla vita, interpretata da un grande Jack Nicholson / 4 giugno 2011 in A proposito di Schmidt

“Lo so, siamo tutti ben poca cosa di fronte all’Universo e suppongo che il massimo che uno possa sperare è di fare qualche volta la differenza. Ma io quando mai ho fatto la differenza? C’è una cosa al mondo migliorata grazie a me?” E’ il terrore di aver vissuto una vita pressoché inutile che induce Warren Schmidt a porsi queste domande. Warren ha sessantasei anni ed è appena giunto alla pensione dopo aver lavorato una vita intera come impiegato presso una compagnia assicurativa. La vita da pensionato, però, si rivela essere di una noia mortale: l’unica cosa che sembra scuoterlo dal torpore causatogli dalla sconfortante routine quotidiana è la visione di uno spot televisivo di un’Associazione che promuove le adozioni a distanza dei bambini africani. Warren ne rimane talmente colpito che decide di aderire immediatamente all’iniziativa. Tramite un assegno mensile, egli può così provvedere al sostentamento di Ngubu, un bambino etiope. Insieme all’assegno Warren allega inoltre delle lettere dove di volta in volta racconta a Ngubu la propria vita. Nelle missive che scrive al bambino Warren si lascia completamente andare, tanto che arriva a rivelargli anche le cose più personali, come il fatto di avere scoperto, da quando è in pensione, che non riesce proprio a sopportare sua moglie. Un giorno però, di ritorno da una banale commissione, l’uomo scopre che la sua consorte è morta a causa di un embolo cerebrale. Rimasto vedovo, con l’unica compagnia di una figlia che però vive troppo lontano da lui, Warren decide – dopo un paio di settimane passate a vegetare – che è arrivata l’ora che si dia una mossa: per cercare di recuperare il tempo perduto, parte per un lungo viaggio a bordo del lussuoso camper che sua moglie gli ha regalato poco prima di morire, con l’intenzione di visitare i luoghi più significativi della sua esistenza, dalla casa in cui crebbe all’università dove studiò da ragazzo. La meta finale del viaggio di Warren però è a Denver, dove dovrà presenziare al matrimonio della figlia, che sta per sposarsi con un uomo che lui considera, semplicemente, una nullità.
Il tempo che passa inesorabilmente, i giorni che scorrono piatti e monotoni al punto che non si riesce nemmeno a distinguerli l’uno dall’altro, ma soprattutto il terrore di essere invecchiato troppo in fretta e l’amara consapevolezza di essere giunto quasi alla fine della propria esistenza avendo commesso l’imperdonabile errore di averla sprecata vivendo una vita sostanzialmente inutile, e, infine, il tentativo estremo di rimediare agli sbagli del passato prima che sia troppo tardi: la sceneggiatura – scritta da Alexander Payne e Jim Taylor – ha il coraggio di affrontare tutte queste cose senza presunzione né intellettualismi, ma “solo” con tanta sensibilità e intelligenza, nonché con un pizzico di ironia che permette al film di evitare di scivolare sia nella retorica che nel patetico. “A proposito di Schmidt” è un film bellissimo: a mio modesto avviso, è una di quelle pellicole che riescono a riconciliare lo spettatore con il cinema, soprattutto con quello americano, che ormai sembra interessato quasi esclusivamente a realizzare film ricchi di effetti speciali spesso inutili. Payne, per fortuna, è uno di quei (pochi) registi che credono ancora in un cinema essenzialmente di parola, basato cioè su solide sceneggiature messe sapientemente in scena con uno stile di regia sobrio e senza fronzoli. Un tipo di cinema che ormai sta scomparendo, purtroppo. Ed è un vero peccato, anche perché se c’è, come in questo caso, un protagonista eccezionale del calibro di Jack Nicholson lo spettacolo è garantito: qui il grande Jack è davvero straordinario per la carica di umanità che riesce a dare al suo personaggio; vedere per credere la bellissima e commovente scena in cui di notte, sopra il tetto del suo camper e sotto un rapinoso cielo stellato, dialoga con la moglie defunta. Un film veramente splendido, e anche molto struggente.

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