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Recensione su La spia - A Most Wanted Man

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A Most Wanted Man: un buon gioco di spie. / 2 novembre 2014 in La spia - A Most Wanted Man

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Buon thriller che, pur mantenendo un impianto di genere, non indulge in contorcimenti narrativi eccessivi, permettendo, tra l’altro, di inquadrare con sufficiente semplicità volti e nomi dei personaggi (cosa non sempre scontata nelle pellicole di questo tipo), permettendo di non perdere mai il filo del racconto.
Pecca di un’evidente flessione intorno alla metà, con un evidente rallentamento del ritmo della storia, ma voglio credere che si tratti di un’éscamotage approntato a tavolino per spiazzare lo spettatore ormai quiescente nel quarto finale di film.
Veramente bella la scena finale, aperta al dolore pieno.

Bravo (c’è da dirlo?) P. S. Hoffman, qui tabagista impressionante (non vedevo tante sigarette in scena da anni, Mad Men a parte), bravi anche Defoe, Robin Wright e Nina Hoss. Daniel Bruhl non pervenuto.
Pessima, davvero pessima, con quella certa aria da cane bastonato qui adottata, Rachel MacAdams.
Ecco: sono due i difetti che rimprovero al film, grosso modo. Lei, in primis, e il fatto che il “nemico” ceceno sia impersonato da un attore di bella presenza come Dobrygin: la storia di patetico amore che si sviluppa tra il rifugiato e l’avvocatessa è quanto di più urticante potesse essermi offerto in questa storia di spionaggio che, altrimenti, fino ad allora, mi aveva colpito per il respiro “diverso” con cui sembrava palpitare.

I titoli di coda offrono un bel brano del 2004 di Tom Waits, Hoist that Rag: godetevelo in dolby fino alla fine, ve lo consiglio.

8 commenti

  1. inchiostro nero / 7 novembre 2014

    Concordo pienamente sul puerile tentativo di offrire una storyline fra i due personaggi. Completamente asincrono all’ambiente creato.

  2. Joel / 25 novembre 2014

    Sinceramente io sono lungi dal chiamarla storia d’amore; è vero, indugi, avvicinamenti e sfiori ma che secondo me sono da attribuire al senso di profondo dolore del ceceno Karpov. Non c’è mai allusione più profonda ad una storia, ma solo la forte empatia attiva che si instaura tra i due. Dall’avvocatessa non ho mai percepito espressioni dubbie in tal senso, più ambigue dal ceceno, se non altro per la sua triste condizione.

    • Stefania / 26 novembre 2014

      @joel: c’è indubbia attrazione fisica (ed è questo che mi ha -narrativamente- desolata: il ceceno è bello e fa tenerezza, troppo facile) e, se ci fosse stato l’happy ending, c’è da credere fortemente che i due sarebbero finiti assieme, ma qui scado nella fanfiction :v

  3. Joel / 26 novembre 2014

    Io fossi nella situazione psicologica del ceceno mi aggrapperei soprattutto emotivamente alla prima persona che sembra volermi aiutare, che poi questa abbia le fattezze di Rachel McAdams è un altro par di maniche. Dico questo per ribadire il punto di vista secondo cui non si preannunciava nessuna love story, ma si esplorava la condizione di un rifugiato politico solo e devastato 😉

    • Stefania / 26 novembre 2014

      @joel: no no, dissento proprio 🙂 per me, c’è una palese (e, appunto, inutile) componente sentimentale. Davvero, se avessero voluto eliminare ogni ambiguità, avrebbero dovuto scegliere un ceceno brutto (non è della bellezza della McAdams che parlo, ma di quella di lui: avrei voluto vedere come sarebbe stata impostata la faccenda se lui fosse stato brutto, sporco -ma quello lo era, in realtà- e cattivo, insomma sgradevole, sia dal punto fisico che morale, troppo facile mostrare un martire, nel vero senso della parola: ci sono anche i rifugiati “negativi”, no?). Quello che intendo, di fondo, è che una spy story particolarmente interessante, caratterizzata da tempi insoliti per il genere, inciampa malamente in una sottotrama romantica: ma perché? Perché ridurre tutto a triti stereotipi? 🙁 Probabilmente, è così anche nel romanzo, non ne ho idea, eh.

  4. inchiostro nero / 26 novembre 2014

    Vi è più di un semplice avvicinamento dovuto alla delicata situazione. In gioco entrano emozioni ancora più grandi, e queste si riscontrano soprattutto nel personaggio interpretato dalla McAdams, che, per quanto fedele ai propri ideali, supera quel limite imposto da obiettività e professionalità, per giungere a campi inesplorati dalla ragione. I segnali sono evidenti, seppur timidi, e di opinabile classificazione, ma convergono sempre verso un tipo di approccio sentimentale, che va al di là della semplice empatia.

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