Recensione su Á köldum klaka

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17 dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Trattasi di un film strambissimo rinvenuto su questo computer, che ormai è quasi usucapionato all’amica P e fidanzato, noti maniaci di cose nordiche. Un film islandese con protagonista un giapponese, e che infatti comincia a Tokio, tutto parlato in inglese. Ce n’è di che avere un giramento di testa. C’è Hirata che è un pinguino in giacca e cravatta a Tokio, e si pregusta una vacanza alle Hawaii. Ma il nonno religioso lo convince invece ad andare in Islanda, dove sono morti anni prima i genitori, sulle rive di un fiume a celebrarne i riti funebri. Insomma che questo pinguino arriva, nel bel mezzo del gelido inverno, come si suol dire, in giacchetta e guanti di pelle. E comincia una specie di road movie sulle strade, anzi sullA strada, quella che gira tutt’intorno all’isola, dell’Islanda. Incontra compagni di viaggio vari ed eventuali, una fotografa di funerali, due americani matti che lo rapinano, una che gli vende una macchina incastonata nel ghiaccio, folletti o spiriti o quel che sono che gli salvano la vita. Si perde in continuazione a piedi nella tormenta, sto fesso, sarebbe dovuto morire come minimo 4 o 5 volte, ma è meglio di Mario Bros. Hirata Bros.
Insomma, arriva dove doveva, da solo, aiutato da un ubriacone conosciuto a una festa di country (!!!) islandese. É un film strano e di neve e ventoso, di quelli con tanti tanti paesaggi e il mare sempre da un lato del finestrino. Lo sguardo di Hirata è lo stesso dello spettatore, straniato e intento ad osservare un mondo “altro”, così diverso eppure con il suo perché, e a conoscere persone bizzarre. Che viene da pensare “bizzarro posto, bizzarri questi islandesi”.

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