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Recensione su A Dangerous Method

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11 ottobre 2011

Diciamo che è la domanda principale, perchè la Knightley?: fuori parte, eccessiva, anche quando non è schizoide è disturbante. Non saprei dire quanto in questa interpretazione sia dato dal tracimare tipico di chi interpreta il folle oppure da una scelta puntigliosa di un caso specifico (dove si sono documentati per quelle movenze, costrizioni, smorfie?), ma in generale sembra tutto molto eccessivo. Invece bravi gli altri, almeno in parte.
C’è una linea che attraversa il film, è il maschile e il femminile disarticolato fra autonomia dell’uno, sudditanza sociale e psichica dell’altra, ma un’altra si affaccia ed è il rapporto padre vero/putativo, figlio/a allievo, per non parlare dell’ambivalenza razziale e dell’approccio psicoanalitico che vede scienza/umanesimo scontrarsi fino alla rottura. Tutti temi interessanti e corposi stretti in una rappresentazione molto controllata e un pochino stanca: quadri e avvenimenti spesso incollati gli uni dietro gli altri senza molto respiro.
E la parola: la psicoanalisi è parole e indagine su di essa, in jung addirittura è metodo ed è lui il borghee, ariano, cristiano che viola una delle regole principali del rapporto terapeutico vivendo sulla sua pelle il precetto sociale della repressione degli istinti e della impossibilità di farlo. C’è una scissione in Jung fra la sua socialità, persona, che riguarda il mondo ordinato della famiglia tradizionale specchiata da una moglie al limite dell’improponibile in quanto ad autocastrazione e il suo sè, sessualmente libero, totalmente non monogamico. E per quella scissione egli è alla fine “malato”.
Se c’è una ricerca della violenza in questo film mi sembra tutta da cercarsi nella violenza dell’autorità, del sistema sociale introiettato, della disparità di genere (impressionante l’approccio ai figli della moglie di Jung rispetto alla liberata sabine), nella lotta con il padre, nella lotta contro se stessi, nella violenza dell’impulso sessuale.
Il cameo di Cassel è il concretarsi di un demone che parla all’angelo bianco borghese istigandolo al peccato della libertà, quella stessa libertà che è tematizzata continuamente fra i tre medici, includendo sabine, come difficilmente definibile.
Tutta da interpretare la barca con le vele rosse (richiamata da un quadro nello studio di jung): dono della moglie e subito mezzo di adulterio, ma rappresentato come un guscio che racchiude quasi un abbraccio in posa fetale (un ritorno all’infanzia preverbale dei due amanti) e subito dopo luogo di confronto fra Padre putativo e allievo, in cui il primo richiama all’ordine il secondo scatenando la colpa o almeno il bisogno di rientrare nelle regole borghesi e con esse lo strumento principe del vivere sociale: la menzogna.

dopo un po’ risulta pesantuccio

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