Recensione su Gli esclusi

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Sensibile realismo / 5 febbraio 2017 in Gli esclusi

John Cassavetes disconobbe questo film: quando il produttore Stanley Kramer mise mano al montaggio finale della pellicola, Cassavetes ne rifiutò l’attribuzione. Gli attriti nati in questa occasione tra il regista e il produttore non fanno che accentuare la posizione atipica di questo film all’interno della filmografia di Cassavetes (colpisce da subito la presenza di Judy Garland e di Burt Lancaster che, pur molto efficaci nei rispettivi ruoli, fanno pur sempre parte della “vecchia scuola”, in aperto confronto con la New Hollywood di cui Cassavetes è stato un esponente), benché, in nuce e per amore del paradosso, la pellicola contenga alcuni elementi fondamentali della sua cinematografia “domestica”.
In particolare, sono le scene con i bambini a possedere quella forza emotiva e artistica tipica dei suoi lavori successivi: approfittando degli spazi e dei pazienti di una vera clinica per disturbi mentali e cognitivi dell’infanzia, con Gli esclusi, per la prima volta (siamo nel 1963), il cinema si (pre)occupava di mettere in scena esplicitamente la malattia mentale infantile, e lo faceva senza ricorrere a facili pietismi, mostrando le ovvie difficoltà emotive dei famigliari dei piccoli pazienti, ma anche gli errori irreparabili che il troppo amore o l’eccessivo disinteresse sono in grado di produrre in pazienti di questo tipo.

A fronte di necessarie semplificazioni narrative sul fronte medico che, però, a tutt’oggi, risultano estremamente funzionali alla vibrante resa finale del film, le critiche del tempo elogiarono particolarmente questa operazione, plaudendone -e condivido tali considerazioni- l’estremo ma sensibile realismo.
Anche per questo motivo, il film di Cassavetes mi ha ricordato il potente Anna dei miracoli di Arthur Penn, che lo precedette di un anno: entrambi i film affrontano il dolente tasto dell’approccio al “diverso” in quanto deficitato, qui della vista e dell’udito, là di particolari doti cognitive, e sono accomunati dalla scarsa comprensione che i metodi apparentemente duri di Anna Sullivan (Anne Bancroft) e del Dottor Clarke (Lancaster) ricevono da chi concepisce i deficit del proprio bambino come sfortune per cui compatire o maledire sé stessi, perdendo di vista la necessità del figliolo di turno di sopravvivere a un mondo che corre troppo veloce e si mostra disattento nei suoi confronti.

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