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Recensione su A cavallo della tigre

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La grande fuga di Comencini / 15 settembre 2014 in A cavallo della tigre

Gran film di Comencini: A cavallo della tigre è una tragicommedia violenta, cupa, surreale, dai risvolti grotteschi.
Pur girato ed ambientato nell’Italia del boom, non mostra la società del miracolo economico, ma il suo rovescio della medaglia, mostrando con inclemenza la bestialità del sopravvivere.

Giacinto Rossi, il personaggio protagonista impersonato da uno strepitoso Nino Manfredi, è stolido, vigliacco, ignorante e, soprattutto, ingenuo, ma è difficilmente condannabile: la sua vita è una costante tragedia e molte sue scelte sono discutibili, eppure egli non perde un certo disincanto infantile, una tenerezza di fondo che lo rendono quasi assolvibile.

La sceneggiatura di Age & Scarpelli e di Monicelli è una macchina perfetta, solida, sorretta da dialoghi quasi estemporanei di grande effetto e di un certo realismo, in cui la struttura a spirale, a imbuto, oserei dire, funziona con grande precisione: pur tornando all’ambientazione carceraria iniziale, non lavora in maniera circolare, ma sembra far precipitare personaggi e vicenda in un calderone infernale con il procedere della storia.
Tornando per un attimo ai dialoghi, ho trovato estremamente divertente l’uso di taluni termini ricercati usati dal protagonista, durante la narrazione dei fatti, con voce fuori campo: questa “tecnica” verrà sfruttata con ottimi risultati, per esempio, in film come Straziami, ma di baci saziami, 1968, di Risi e Dramma della gelosia…, 1970, di Scola, dove il linguaggio scalcagnatamente aulico di matrice “burocratica” (es. “Distava chilometri trentatre” ricorda tanto i rapporti ufficiali delle forze dell’ordine) desunto perlopiù dai fotoromanzi e dai prodotti della cultura di massa è specchio di una società persa dietro ai miti del consumo, sulla via del definitivo appiattimento culturale.

La fotografia in b/n di Aldo Scavarda esalta lo squallore dei luoghi e dei volti sporchi, generalmente brutti e, soprattutto, sudati (e mi piace credere che il progetto Cinico Tv di Ciprì e Maresco sia fortemente debitore di questo “taglio” dato all’estetica del film), in un misto di fascino e repulsione costante.
Tra le musiche, particolarmente originali, in un mix tra jazz e blues, compaiono brani strumentali dell’eclettico Boris Vian.

Trattasi di un film di cui troppo poco si parla, un tassello fondamentale ed anomalo della commedia all’italiana, che, ahimè, meriterebbe collocazioni televisive più dignitose delle ore dieci del lunedì mattina.

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