Recensione su (500) giorni insieme

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(500) giorni insieme
Regia:

Il suo nome è Summer, non Sole / 23 Settembre 2013 in (500) giorni insieme

Un giorno, forse, qualcuno si degnerà di spiegare, a noi poveri spettatori, per quale assurda ragione nel nostro disastrato Paese c’è la brutta consuetudine di modificare i nomi dei personaggi dei film stranieri. Tornando indietro nel tempo, non possiamo non citare il clamoroso caso di “Nick mano fredda” di Stuart Rosenberg, il cui protagonista, interpretato da uno splendido Paul Newman, nella versione originale si chiama Lucas, in quella italiana, invece, Nicholas. Per quale motivo, non è dato sapere. Stesso discorso per il mitico protagonista di “1997 – Fuga da New York” di John Carpenter, Snake, che il pubblico nostrano conosce con il nome di Jena. Passano gli anni ma le abitudini, si sa, sono dure a morire, e allora ecco che in Italia, il Paese dove tutto è possibile (anche che coloro che hanno fallito su tutta la linea abbiano ancora il coraggio di parlare e di proporsi come i risolutori dei problemi che loro stessi hanno creato; roba da far venire il vomito), la protagonista di “(500) giorni insieme” di Marc Webb, Summer, viene ribattezzata Sole.
Anche questa volta, come in occasione dei sopracitati film di Rosenberg e Carpenter, la causa di tale cambiamento rimane oscura. Chi e perché ha deciso che Summer non andasse bene e che perciò si dovesse sostituirlo con un altro nome? E, soprattutto, dall’alto di che cosa ci si permette di intervenire così pesantemente nelle opere altrui? Sarebbe bello se qualcuno ci desse spiegazioni in merito, ma dubitiamo fortemente che ci sia una giustificazione plausibile a tale deprecabile pratica. E già che ci siamo, ne approfittiamo per dire che sarebbe anche ora di abolire il doppiaggio. Non se ne può più di sentire gli attori stranieri parlare con le voci quasi sempre inascoltabili dei doppiatori italiani (tipo quella di Pino Insegno; roba da turarsi le orecchie). E poi basta con le traduzioni approssimative dei dialoghi, che oltre ad essere piene di errori (non sono pochi i traduttori che ignorano l’esistenza del congiuntivo) spesso ne stravolgono il senso, finendo così per rovinare i film.
Detto questo, c’è da aggiungere che se anche nella versione italiana la protagonista si chiamasse Summer invece di Sole, “(500) giorni insieme” sarebbe lo stesso un film di una pochezza sconcertante. La storia, infatti, è di una semplicità imbarazzante: un ragazzo, Tom Hansen (Joseph Gordon-Levitt), incontra una ragazza, Summer Finn (Zooey Deschanel), di cui si innamora perdutamente. Stop. E’ tutto qui. Non c’è altro da dire. Il film si limita a raccontare la loro travagliata relazione sentimentale. Lui è convinto che esista l’amore assoluto, lei invece non ha nessuna intenzione di impegnarsi in un rapporto serio e duraturo. Difficile immaginare qualcosa di più banale e scontato. Perfino un bambino delle elementari avrebbe potuto concepire una storia (?) del genere. D’accordo, non sempre si può pretendere, specialmente da un film leggero come (avrebbe voluto essere) questo, che gli intrecci siano complessi e sfaccettati ma, caspita, gli sceneggiatori di questa stucchevole commediola romantica, Scott Neustadter e Michael H. Weber, hanno scritto una storiella talmente sciocca e infantile da risultare irritante. E poi, oltre ad essere elementare e puerile, la storia ci viene narrata in ordine non cronologico, senza che se ne capisca bene il motivo.
Forse Marc Webb crede di essere una specie di genio, ma dovrebbe svegliarsi dal mondo dei sogni, perché in realtà è soltanto un modesto mestierante che ha la fortuna di potersi sedere dietro la macchina da presa per realizzare schifezze come questa, mentre un gigante del calibro di Michael Cimino, che si è guadagnato un posto d’onore nella Storia del Cinema grazie a un paio di capolavori, “Il cacciatore” e “I cancelli del cielo”, è costretto ad essere inattivo. Non pago, il regista di questa ciofeca spacciata per film ha pensato bene di infilare nell’esile trama un inutile e assurdo numero musicale, su cui è meglio stendere un velo pietoso.
La pellicola viene affossata definitivamente dalla pessima prova di Joseph Gordon-Levitt, che, incredibile ma vero, per l’intera durata del film ha sempre la stessa faccia. Fateci caso: che sia triste o allegro, arrabbiato o tranquillo, ubriaco o sobrio, non cambia mai espressione. Se al suo posto avessero ingaggiato un manichino, il risultato sarebbe stato uguale. Zooey Deschanel almeno è capace di recitare, ma la sua interpretazione è penalizzata da un personaggio antipatico (tra Summer e Tom è difficile dire chi sia più insopportabile) e scritto male. Di questo film prevedibile, ridicolo e grossolano si può salvare soltanto la colonna sonora, che contiene splendide canzoni degli Smiths (“There Is A Light That Never Goes Out” e “Please, Please, Please, Let Me Get What I Want”), Pixies (“Here Comes Your Man”), Simon & Garfunkel (“Bookends”) e Feist (“Mushaboom”). Tutto il resto si può tranquillamente buttare nel bidone della spazzatura. Stupisce che una pellicola così scarsa e insulsa abbia degli estimatori.

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