Recensione su 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni

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8 giugno 2014

Argomento delicato e controverso quello sviluppato da Cristian Mungiu nel suo 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni vincitore della Palma d’oro come miglior film al 60º Festival di Cannes, dove si parla d’aborto. Della pratica dell’aborto in un paese in cui è considerato illegale e dove la Donna è costretta a soffocare il dolore e a piegarsi a compromessi abominevoli pur di raggiungere lo scopo.

Una narrazione spietata, cruda e realistica che inscena al meglio la disperazione di due donne, contemporaneamente vittime e carnefici di questa pratica, che finirà con lo sconvolgere direttamente entrambe, andando a scavare intimamente nelle loro anime.

Lunghe sequenze e la totale assenza di accompagnamenti musicali, arricchiscono il senso di angoscia e frustrazione già viva in ogni scena, alimentando il malessere dello spettatore che, volente o nolente, finirà coinvolto nella disgrazia che ha colpito Gabita e Otilia, forse troppo giovani per sopportare singolarmente un tale peso.

Nonostante non sia un capolavoro di intrattenimento, 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni riesce comunque a trasmettere tutto il suo vortice di tenacia e disperazione grazie allo sconsiderato uso di una regia con la stessa delicatezza e coinvolgimento emotivo che avrebbe un medico legale ad un passo dalla pensione. E alla scelta (intelligente) del regista di evitare giudizi in merito.

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