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Recensione su 2001: Odissea nello spazio

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Un’odissea unica / 18 agosto 2015 in 2001: Odissea nello spazio

Probabilmente non c’è film che abbia prodotto un così alto numero di discussioni e analisi come il capolavoro di Stanley Kubrick, 2001 – Odissea nello spazio. In qualsiasi classifica dei migliori film in assoluto della storia del cinema, questo compare sempre e per quello che conta, in quella mia personale, occupa ampliamene il primo posto. Da che ricordo sono amante della fantascienza e probabilmente ciò è dovuto proprio al fatto d’averlo visto, in un semivuoto cinema di paese, da ragazzino. Più che un film, un’esperienza sensoriale che mi ha lasciato dentro un seme che col tempo è germogliato, un po’ come l’effetto che il monolite ebbe sull’uomo primitivo all’inizio del film. Sicuramente non era la prima pellicola di fantascienza che vedevo, ma mai nessun film prima di allora era riuscito a trasmettermi il senso di meraviglia, mistero, freddezza, e inquietudine che lo spazio poteva offrire. Mai nessun film aveva espresso in tale maniera l’incontro con un’intelligenza altra realmente aliena. 2001 era qualcosa di completamente avulso alla mia esperienza di ciò che consideravo fantascienza cinematografica e anche da qualsiasi altra mia esperienza audio-visiva. Un’esperienza che ha fatto si che ogni volta che rivedo il film oggi, la mia mente voli e si ritrovi ancora una volta in quella sala cinematografica semivuota.
Lo spettacolo che avevo davanti è stato definito in diversi modi (“cinema puro”, “cinema assoluto”, “film-experience”); ha creato immagini e icone divenute oggi universali e immediatamente riconoscibili (il salto evolutivo rappresentato dell’osso usato come arma che in uno stacco si trasforma in astronave, il monolite, il valzer di Strauss, HAL 9000); è divenuto il film più influente e citato (ma poco imitato, in realtà) della storia del cinema, soprattutto per ciò che riguarda l’evoluzione degli effetti speciali. Per capire la portata del film di Kubrick bisogna considerare cosa fosse e com’era considerata la fantascienza, cinematografica prima del 1968, anno di uscita del film. Dire che con 2001 – Odissea nello spazio la fantascienza fece un celeberrimo salto quantico non è un’affermazione azzardata. Un’evoluzione che, è bene ricordarlo, ha riguardato solo il cinema giacché la fantascienza letteraria aveva già toccato da tempo temi e soggetti adulti grazie ad autori come Stanislaw Lem o Philip K. Dick, solo per citarne due.
Chi guarda oggi 2001 -Odissea nello spazio lo fa con occhi totalmente diversi da quelli degli spettatori dell’epoca in cui uscì nelle sale cinematografiche. Il film è oggi ammantato di quell’aura riservata ai capolavori del cinema e da quasi cinquant’anni di spiegazioni e stratificate chiavi di lettura, ma non fatico a immaginare le perplessità di quei primi spettatori, che erano poi anche le mie di ragazzino, davanti ad un’opera così lontana dalla narrazione convenzionale eppure così incredibilmente affascinante.
Ovviamente Kubrick non ha tirò fuori il suo film dal nulla. 2001 è frutto di una continua evoluzione tanto che del film com’era stato pensato originariamente, rimase ben poco in quello che si vide effettivamente sullo schermo. Già nel passato vi erano state opere di fantascienza di valore che andavano di là dal semplice film commerciale per ragazzini. Alcuni esempi ne sono Metropolis (Germania, 1926), La vita futura (UK, 1936), L’invasione degli ultracorpi (USA, 1955), Il pianeta proibito (USA, 1956), Radiazioni BX: distruzione uomo (USA, 1957) o Il villaggio dei dannati (UK, 1960), senza dimenticare l’Europa dell’est che ci regalarono ottime opere come Soyux 111 – Terrore su Venere (DDR, 1960), Icarus XB 1 (Cecoslovacchia, 1963) e Fine agosto all’Hotel Ozon (Cecoslovacchia, 1967). Poi nello stesso 1968, c’è anche il Solaris televisivo sovietico, dallo stesso romanzo di Stanisław Lem che Andrej Tarkovskij porterà al cinema nel 1972.
Kubrick non è neanche il primo “autore” a confrontarsi con un genere considerato marginale dalla cultura “alta”. Due rappresentanti della Nouvelle Vague come Jean-Luc Godard e François Truffaut avevano già realizzato le loro opere di anticipazione, Agente Lemmy Caution: missione Alphaville (1965) e Fahrenheit 451 (1966), senza dimenticare il mediometraggio a immagini statiche La jetée (1962) per opera di Chris Marker, altro autore francese. Soprattutto il film di Godard sembra aver qualche punto di contatto con 2001, almeno nel suo porvisi quasi in antitesi. Alphaville sembra una normale città degli anni sessanta, che ci si trovi addirittura su un altro pianeta, si intuisce solo dai dialoghi. Nel film di Kubrick invece che si sia nel futuro si capisce subito dalle immagini (shuttle spaziali, stazioni orbitanti, basi lunari, etc.) mentre i dialoghi hanno solo un valore marginale se non nullo per l’interpretazione di quello che accade sullo schermo. Come in 2001, anche in Alphaville vi è un computer, di nome Alpha 60, che controlla tutti i sistemi della città e la cui voce è come quella di HAL 9000 ubiquitaria e senza luogo. La differenza sta nel tono di questa voce, elegante, pacata, senza emozione quella di HAL, roca e metallica quella di Alpha.
Da un punto di vista superficiale, 2001 tocca buona parte dei topoi classici che la fantascienza cinematografica aveva espresso fino a quel momento: la creatura che si ribella all’uomo (HAL); l’incontro con esseri alieni (anche se in realtà mai mostrati); l’esplorazione spaziale; le meraviglie della tecnologia futura; l’intento di lanciare un messaggio di pace per scongiurare una guerra tra le superpotenze di allora, USA e URSS (ma questo argomento, anche per i numerosi tagli di sceneggiatura effettuati da Kubrick, rimane veramente epidermico, intuibile solo dalla conversazione di Floyd con gli scienziati russi sulla stazione spaziale). Quello che è diverso è il modo di presentarli al pubblico, dove il film non è più solo un’esperienza audiovisiva, ma anche emozionale e di totale immersione.

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