Recensione su 2001: Odissea nello spazio

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21 aprile 2015

Questo è IL film.
Una delle vette più alte raggiunte dall’arte cinematografica dalla sua creazione ad oggi.
Non è solo uno dei migliori film di fantascienza di sempre (se non proprio il migliore), ma è uno dei migliori film della storia del cinema in assoluto, a prescindere dal genere.
È la pellicola in cui il genio di Kubrick si è rivelato a tutto tondo e che risalta in una filmografia, quella del regista newyorkese, composta da così tanti capolavori.
2001 è prima di tutto un film di un solluchero estetico che raggiunge punte di ineffabile armonia.
È un incanto visivo che ha un effetto devastante sulle emozioni dello spettatore.

Era il 1964 quando Kubrick chiese allo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke di collaborare ad una sceneggiatura che avrebbe avuto come base alcuni racconti di quest’ultimo, in particolar modo “La sentinella”.
Dopo 4 anni di lavoro, un budget di 10 milioni di dollari (di cui oltre la metà spesi per gli effetti speciali) e un lavoro certosino del regista nel selezionare accuratamente la mole di lavoro prodotto, ecco il risultato: un film che, un anno prima dello sbarco dell’uomo sulla luna, proietta il cinema di fantascienza in una dimensione di fascino e verosimiglianza fino a quel momento inesplorati, fornendo le basi da cui si muoveranno i cineasti futuri per le opere di genere.
Prima di 2001 nessuno si era mai spinto fino a qualcosa di simile.
Dopo 2001 è difficile trovare un film di fantascienza che non si ispiri ad esso, almeno in uno dei vari aspetti tecnico-contenutistici toccati dalla pellicola.

Il film va idealmente diviso ed analizzato in quattro/cinque parti:
1. l’alba dell’uomo (The dawn of man), quel magnifico incipit che affronta, con piglio quasi documentaristico, il tema dello sviluppo della specie umana e in particolare della sua abilità manuale, che assume subito una connotazione negativa (la guerra e la violenza), dovuta ad un’aggressività di cui si lascia intendere un’origine aliena (il monolito che costituirà il filo conduttore dell’opera); è forse il segmento più destabilizzante, un’introduzione superlativa accompagnata dalle note di “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss (già splendidamente utilizzata per la memorabile alba/eclissi dei titoli di testa) con un accostamento tra musica e immagine di incredibile potenza;
2. il valzer delle astronavi, sulle note di “Sul bel Danubio blu” dell’altro Strauss (Johann Jr.), che si collega alla prima parte per mezzo di uno stacco assolutamente memorabile (l’osso lanciato dall’uomo primordiale che diventa una navicella che fluttua nello spazio); un esercizio di stile, un divertissement estetico che introduce
3. la terza parte (che per molti è un tutt’uno con la seconda), più tradizionale, sulla stazione orbitante e sulla base lunare di Clavius; un inno al progresso in cui si fa sfoggio delle meraviglie dei viaggi e della colonizzazione dello Spazio;
4. la corposa parte centrale del viaggio verso Giove (Jupiter Mission), dove viene introdotto il tema del rapporto tra uomo e macchina: i due astronauti non ibernati e il computer HAL 9000 (il cui nome è un omaggio alla principale azienda di informatica dell’epoca: le lettere sono infatti quelle che precedono alfabeticamente la sigla IBM); è la parte che inquieta maggiormente, nonché quella con i dialoghi più interessanti: quelli in cui il computer di bordo, un essere pensante, apparentemente infallibile, rivela una preoccupante instabilità emotiva (meraviglioso paradosso), efficacemente rappresentata dalla voce psicotica (gran doppiaggio di Gianfranco Bellini) e, visivamente, dall’inquietante occhio rosso;
5. il finale (Jupiter and beyond the infinite): onirico, lisergico (si dice che Kubrick si sia fatto ispirare dall’assunzione di sostanze stupefacenti), filosofico, surreale; semplicemente bellissimo.
È proprio il finale la parte del film che più ha fatto e fa discutere, con le molteplici possibili interpretazioni.
Ma il bello di 2001 è proprio questo: il fatto di porre mille interrogativi nello spettatore, senza avere la presunzione o l’arroganza di voler fornire le risposte (errore in cui cadranno molte pellicole successive).
Del resto, riferendosi a questa sua opera, Kubrick disse, molto chiaramente: “ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio”.

Mettersi a proporre l’ennesima interpretazione, o ad appoggiare questa o quell’altra, è dunque un esercizio a mio avviso inutile.
2001 è una goduria per la mente che non per forza necessita di uno sforzo cervellotico di comprensione fine a se stesso.
È una meraviglia per il nervo ottico e per quello acustico.
È un’alternanza sublime di musica e silenzio, accompagnati da immagini assolutamente memorabili.
È un film che è storia, e che rimarrà, unico ed ineguagliabile, tra i vertici assoluti che la settima arte è stata in grado di regalarci.

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