Recensione su 1408

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6 luglio 2014

L’horror è un genere cinematografico difficile da valutare, in quanto soggetto a diverse interpretazioni. Le quali possono variare a seconda delle emozioni suscitate. Solitamente tali emozioni sono: terrore, panico, orrore. Quindi se le aspettative create da quest’ultime non vengono soddisfatte, si tende a denigrarne il prodotto, magari discostandolo, in modo assai repentino, dal genere invece rappresentato. Dimenticandosi invece che la paura ha diversi sinonimi, che si riflettono in altrettante sfaccettature, classificabili o meno nella vasta gamma di definizioni che presenta il termine. Di conseguenza se il terrore passa il timone al timore, e lo sgomento all’inquietudine, non si può certo dire che di terrore non si tratti, in quanto rappresentato non sotto altra forma, bensì velato da una diversa maschera.
Altro ostico problema risiede nell’inevitabile confronto con il testo dal quale il film è trasposto.
Le trasposizioni di natura cinematografica tendono quasi sempre a discostarsi dalle loro matrici originali, cercando di non riproporne fedelmente la storia, in modo da aggiungere ad essa un tocco di atipicità. Ovviamente questo può o meno piacere, ma per i fedeli dell’opera adattata sarà arduo scindere tale duplice nautura, ed inevitabile sarà appunto la comparazione.
Detto questo, 1408, è un ottimo film, le cui ambientazioni e atmosfere riescono a coinvolgere lo spettatore, proiettandolo in una sorta di dimensione onirica, nella quale gli incubi generano perpetui tormenti.
Vi è da dire, tra l’altro, che la 1408, essendo una camera del male che opera in maniera autonoma e mai casuale, le ossessioni e le pene che infonde nei suoi sfortunati occupanti, sono sempre diverse, in quanto differenziate dal livello emotivo dei soggetti, e dalla loro storia. Da questo si può semplicemente trarre che ogni incubo ha un suo peculiare aspetto, e un diverso grado di angoscia, che si rifletterà o meno in un empatico stato d’ansia o terrore da parte dello spettatore.

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