Recensione su 12 anni schiavo

/ 20137.6543 voti

Roll, Solomon, roll. / 24 febbraio 2014 in 12 anni schiavo

Credevo che l’approccio alla materia di McQueen sarebbe stato quello già sperimentato in Hunger, invece, vuoi per scelta, vuoi per necessità, vuoi per entrambe le cose, il regista ha semplificato la messinscena, quasi accantonando eventuali speculazioni ed interiorizzazioni, lasciando ai soli (comunque significativi) fatti il compito di caratterizzare il racconto.
A torto, immaginavo che le scelte di McQueen si sarebbero orientate verso una dimensione più astratta, più intuibile che esplicitata: insomma, credevo che avrei avuto a che fare a qualcosa di simile ad Aguirre di Herzog o a The New World di Malick, tanto per citare i primi due esempi che mi sovvengono in cui ho apprezzato la sublimazione del contesto.

La vicenda di Solomon è, ovviamente, più che degna di interesse e merita di essere raccontata (deve essere raccontata! E’ un dovere morale!), ma questa trasposizione cinematografica, per quanto ottimamente realizzata dal punto di vista tecnico ed altrettanto ben interpretata, non offre pressoché alcuna specificità “autorale” (benché la sequenza del funerale e quella della distruzione del violino mi abbiano impressionata e rappresentino, forse, quel che cercavo nel film).

McQueen ha saputo raccontare con eleganza, grande padronanza dei mezzi e sensibilità una vicenda terribile, paradigma di un numero inimmaginabile di situazioni analoghe e di questo non posso non rendergli evidente ed indiscutibile merito.
Gli contesto, al contrario, una certa semplificazione della vicenda (determinati dettagli di “colore”, un po’ anacronistici, mostrati in particolare durante le sequenze iniziali, mi hanno lasciata vagamente perplessa: non nego che, in taluni passaggi, la volontà del regista fosse quella di atemporalizzare la vicenda, ma non ho ravvisato alcun preciso equilibrio tra questo presunto tentativo e la resa finale) e la vaga caratterizzazione dei comprimari: in particolare, ma questa è una costante della produzione di McQueen, in effetti, i personaggi a corollario della vicenda sembrano privi di sostrato, di precedenti che siano in grado di giustificare le loro scelte o atteggiamenti.
So bene che il film non si propone come un saggio di antropologia, ma la cattiveria cieca o l’indifferenza e l’acquiescenza quasi ebete delle donne bianche, per esempio, mi hanno incuriosita e, non solo in questo caso, mi aspettavo qualche approfondimento a riguardo.

Nel complesso, si tratta indubbiamente di un film doloroso egregiamente confezionato, ma, stilisticamente, non mi ha convinta fino in fondo.
Forse, le mie aspettative, come dicevo all’inizio, erano altre, perciò la mia soddisfazione è decisamente relativa.

Curiosità: nonostante l’anno scorso fosse candidata come Miglior Attrice Protagonista per Re della Terra Selvaggia, la piccola Quvenzhané Wallis, qui, compare fuggevolmente come comparsa o poco più nei panni della figlia di Solomon bambina.

Lascia un commento

jfb_p_buttontext