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Recensione su 12 anni schiavo

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21 febbraio 2014

E’ stata dura assistere a questo film senza farsi sopraffare dai sentimenti. Dalla rabbia, dall’indignazione. Dalla tristezza.

Steve McQueen al suo terzo lungometraggio, dopo Hunger e Shame, è riuscito a trasformare un “semplice” biopic sulla schiavitù negriera in una vera bomba emozionale che gli è valsa la candidatura a 9 Premi Oscar.

La regia pulita e professionale del regista classe ’69, si arma della migliore ricostruzione storica per raccontare tutta la sofferenza, l’ingiustizia e la disumanità dello schiavismo negriero vissute attraverso Salom Northop (1808 – 1863) e descritte nella sua autobiografia uscita nel 1853.

Un personaggio forte e determinato che nonostante le avversità, non si è piegato alla disperazione. Un uomo vittima di uno sfruttamento bieco e disgustoso da parte dei bianchi, interpretato magistralmente da un Chiwetel Ejiofor sempre all’altezza del suo ruolo da protagonista. Che con i suoi occhi perennemente lucidi e fieri, riesce a coinvolgere e far trasudare ogni fotogramma di tragedia e angoscia. Di morte preannunciata.

Crudo, straziante e dai contenuti forti, 12 Anni Schiavo sa come sottolineare la mostruosità di questo spaccato di storia umana. Dove non c’è onore né virtù. Nemmeno se il nome di Dio è onnipresente e deturpato, specialmente dall’Edwin Epps di Michael Fassbender (in una delle sue interpretazioni migliori), proprietario terriero sadico e tiranno, che a suo modo potrebbe ricordare il personaggio dandy di Leonardo Di Caprio (Calvin J. Candie) in Django Unchained.

Un film emotivamente potentissimo ma dal retrogusto dozzinale&acchiappa Oscar, che infatti è riuscito ad arruffianarsi il pubblico e la giuria dei prossimi Academy Award, merito anche del prezioso contributo della colonna sonora di Hans Zimmer

Ma che nonostante questo non reputerei un capolavoro, nè tantomeno un film che rivedrei nei prossimi dieci anni.

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