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12 anni schiavo

/ 20137.6565 voti

Deluso / 4 Gennaio 2017 in 12 anni schiavo

Sarà stato il gran parlare, sarà stato il premio oscar come “miglior film 2014” ma io mi aspettavo molto di più. Lo so che alla fine la schiavitù fu in parte questa (e che è tratto da una storia vera) ma non ho vista un opera degna da dargli l’Oscar. Non mi fa impazzire nemmeno la fotografia e le colonne sonore… un film che dopo qualche mese ho dimenticato del tutto……. ecco l’impatto che ha avuto sulla mia persona.

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Un buon lavoro / 26 Agosto 2015 in 12 anni schiavo

Ho deciso per un 8 perché sono rimasta stupita che siano passate due ore piene alla fine del film. Ben costruito nelle tempistiche tra silenzi e dialoghi.
In quanto tratto da una storia vera, ha quel sapore ulteriore per non renderlo banale, nonostante alcuni temi rimangano trattati come nella media delle produzioni sul tema.
Ho intenzione di leggere il libro per capire quanto la parte di ciò che accade che possiamo prendere per “banale” (in una prospettiva in cui non è reale nel nostro orizzonte degli eventi) sia realmente avvenuto nella vita di un essere umano…

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Nobilmente banale / 18 Agosto 2015 in 12 anni schiavo

Un film nobile, commovente nella risoluzione finale, prezioso nel testimoniare cosa è stata la schiavitù, ma assai poco originale. Lo sdegno morale non riesce a trasformarsi in arte, rimanendo espresso in forme risapute. Solo il personaggio di Benedict Cumberbatch dice qualcosa di non banale, nella sua forte ambiguità, in cui la sensibilità morale rimane quasi totalmente schiacciata dalle circostanze e dall’ambiente (e dalla mancanza di coraggio, anche); ma lo spazio che gli è concesso è troppo esiguo. Invece Michael Fassbender si limita a fare il pazzo, ma il sadismo del personaggio non riesce per questo meno convenzionale.

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25 Febbraio 2015 in 12 anni schiavo

Intenso film sulla schiavitù tratto da una storia vera.
Solomon Northup è un musicista di colore che vive a Saratoga, nello stato di New York, con la moglie e i due figli; un giorno viene ingannato e rapito da due falsi agenti di spettacolo che lo vendono come schiavo.
La storia è drammatica e la premessa rende il film leggermente diverso da quanto già visto; film duro in cui Solomon incontra vari tipi di padrone. Dopo il balordo Freeman (nome non casuale, visto che è il primo che possiede Solomon che non è più libero…) interpretato da un bravo Paul Giamatti, Solomon viene comprato dal buono William Ford (l’ottimo Benedict Cumberbatch visto in The imitation game). Ford è solo un pò passivo e Solomon rischierà la vita per colpa del balordo Tibeats (Paul Dano, una delle prime volte che lo vedo in un ruolo drammatico). Ma la parte centrale e principale è il legame con il bastardo Edwin Epps (Michael Fassbender), crudele con gli schiavi e che riserva un trattamento di favore alla giovane Patsey suscitando le gelosie della moglie Mary (Sarah Paulson).
La “fortuna” di Solomon sarà l’incontro con il canadese Samuel Bass (Brad Pitt) contrario alla schiavitù che gli darà una mano.
Il film è intenso e drammatico con alcune scene abbastanza crude; imbarazzante una delle scene all’inizio in cui Paul Giamatti mostra gli schiavi come se fossero bestiame (nudi, controllando denti e fisico). Ma ci sono anche altre scene che rimangono impresse e fanno riflettere.

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Paraculi in Alabama! Bianco pentiti! / 24 Febbraio 2015 in 12 anni schiavo

Non dico che non mi sia piaciuto, il film è fatto benissimo, sono convinto che abbiano tutti recitato benissimo e la storia di per se è allucinante. Doveva vincere l’oscar? Non credo proprio. Un bellissimo film che tratta tematiche importanti non diventa eccellente solamente perchè l’america come il resto del mondo ha ancora la coscienza sporca. L’avranno sempre. L’avremo sempre per qualsiasi atrocità sia stata commessa ogni secondo da quando l’uomo è evoluto. Ho quindi apprezzato la fluidità della storia, i suoi attori, la fotografia senza mai restarne affascinato o innamorato. Un film apprezzabile che racchiude una lezione di vita. Sicuramente andava fatto.

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27 Novembre 2014 in 12 anni schiavo

Bel film, ma che sa di già visto. Lo stesso Django Unchained, molto simile per certi versi, ma con toni leggermente diversi, per me gli è superiore. Attori molto bravi.

31 Luglio 2014 in 12 anni schiavo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ah, ma è l’ispettore Tibbs! Ah no, il film che ha vinto l’oscar che avrebbero potuto vincere un sacco di altri film sull’epopea dello schiavismo in precedenza. Altrettanto solidi e crudi. Perché non Amistad allora? Perché non… boh, adesso non me ne vengono in mente ma sono stanco U_U
C’è questo Solomon Platt che piripacchia il violino e se la vive così, libero e felice come una farfalla nella libera Nuova Iorca. Giustamente viene rapito col turlupinio (ma come ca**o parlo? O_o ) e inizia una trafila di compravendite, che lo portano in luminosa tournée nel sud degli Estados Unidos. No, non capisco proprio il nesso di quel che scrivo.
E allora Il colore viola? Eh? Eh?
E dai e dai, vessazioni senza fine, passa sotto dei padroni uno peggio dell’altro, il peggiore un Fassbender fuori come un poggiolo ma probabilmente, caso più unico che raro, vestito per tutto il tempo. C’è Paul Dano che lo odia, la parte dello stronzo ormai a Paul Dano viene particolarmente bene. E tutti sfottono il povero Tibbs, cioè no, Platt, dicendogli senza tregua “Stai attento a te Platt”, senza che lui avesse detto buh. Alla fine passa Bradd Pitt, cioè, un cowboy, che lo aiuta a ritornare all’ovile Niuiorchino. Ah, e c’è pure Sherlock, e noccioli di come eravamo noi nigga, che cantavamo quello che era il seme del blues nelle piantagioni di cotone. Ah, terribile, terribile.
Pur nella bellezza della regia di McQueen, impeccabile e crudele ai limiti del manierismo, con abbondanza di carni che svolazzano al della frusta canto, il suo film meno originale, meno interessante, meno quasi tutto. Tocca dire che non per niente ha vinto l’Oscar.
I mean non era brutto eh. Ma ti rendi conto di quanti Oscar dovresti dare ogni anno, se lo dai a un film così? É così… normale :/

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Necessario / 25 Giugno 2014 in 12 anni schiavo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

E’ uno di quei film in cui il racconto sovrasta ogni altro aspetto cinematografico; forse è per questo che molti estimatori di McQueen hanno storto un po’ il naso.
Io resto dell’idea che questo è al di là di tutto un cinema necessario, e se viene raccontato con la maestria di uno dei talenti emergenti di Hollywood ben venga, non può che giovarne il contenuto.
Non c’è soddisfazione se non una giustizia fortuita e tardiva, nessun Django viene scatenato, il piantatore resta solo incazzato per aver perso un negro, niente più. Feroce e reale, McQueen non casca nella revenge-story tanto arrabbiata quanto fumettistica alla Tarantino.
Ottima la resa, in alcune sequenze, della spettralità di paludi e alberi fantasma del Sud. Eccezionale il cast, su tutti Chiwetel Ejiofor; sempre efficacemente gelida la Paulson, da me molto apprezzata nella serie Deadwood.

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27 Aprile 2014 in 12 anni schiavo

La deriva Hollywoodiana di McQueen finisce nella pura formalità, nel manicheo e nel convenzionale, ad hoc per far incetta di farisei lustrini e facili consensi, ma completamente privo dell’intensità indelebile dei suoi precedenti lavori.

Incredibile storia vera… / 22 Aprile 2014 in 12 anni schiavo

Il razzismo, una delle piaghe dell’umanità.
Gli interpreti eccezionali. Una storia toccante e molto dura soprattutto per la durezza delle situazioni.
Purtroppo un film con una trama già vista diverse volte ma il pregio sta proprio nella recitazione. Bravissimi tutti. E la rabbia sale sempre più…
Bello.
“Io non voglio sopravvivere, io voglio vivere…” è un Mantra che ho fatto mio e tutti lo dovrebbero fare…
Per non dimenticare (soprattutto anche qui da noi… 🙁 )
Ad maiora!

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31 Marzo 2014 in 12 anni schiavo

Duro, come possono esserlo i film che trattano dell’anima oscura della nazione a stelle e strisce, fondata sul genocidio di un popolo e sulla schiavitu’ di un altro.
Molte scene “statiche” ma piu’ espressive di un qualsiasi dialogo o monologo.
Ma chi e’ piu’ “cattivo”, il quasi-mistico Fassbender o il diabolico Di Caprio del Django di Tarantino?…..

Doloroso e commovente, 8! / 27 Marzo 2014 in 12 anni schiavo

La drammatica e assurda storia (vera!) di Solomon Northup, uomo di colore libero nella New York di fine ‘800, rapito e reso schiavo per 12 anni, tra ingiustizie, frustate, duro lavoro e morte. Immagini di grande impatto, sguardi e interpretazioni che colpiscono, occhi che non si dimenticano. Un tema che ricordiamo dai tempi de “il Colore Viola” che sa come raccontarci quel tratto di storia doloroso e cupo, che mostra l’essere umano fino al suo più oscuro angolo. Sicuramente il Miglior Film tra i candidati del 2014.

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21 Marzo 2014 in 12 anni schiavo

Il problema di un film come 12 anni schiavo è che si porta dietro un carico di aspettative dalla mole pericolosa. Per fortuna dietro la macchina da presa c’è Steve McQueen, con la sua attenzione per i dettagli e per la forza narrativa delle immagini, simboliche o esplicite che siano nella loro espressione (c’è, ad esempio, una plongée capace di evocare una nave negriera da un semplice carro). È il suo sguardo a valorizzare una sceneggiatura premio Oscar ma in realtà piuttosto piatta. Peccato, perché in questo modo il capolavoro di McQueen rimane soltanto uno, Hunger. 12 anni schiavo non va oltre il “molto bello”.

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12 Marzo 2014 in 12 anni schiavo

Nessuna razza sa essere così cattiva e meschina con i suoi simili come gli essere umani.
Nel film viene narrata una storia vera così agghiacciante e assurda da far venire la pelle d’oca.
La realtà spesso supera l’immaginazione nel bene e nel male purtroppo.
Un film coinvolgente e davvero toccante e con attori molto bravi.
Da vedere.

”Un uomo fa quello che vuole con ciò che gli appartiene!” :(

P.S. Che belle voci….calde e coinvolgenti.

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3 Marzo 2014 in 12 anni schiavo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un’opera preziosa,un gioiello di misura filmica,mai una sbavatura,d’accordo non è il film più bello della storia del cinema ma il risultato è ottimo da molti punti di vista.
La composizione formale è sicuramente degna di nota,la cura del dettaglio è maniacale,sono infatti ottime sia le riprese in esterni sia quelle in interni,nelle prime si hanno inquadrature di ampio respiro,nelle seconde l’adesione ai corpi è la giusta soluzione adottata da un regista intelligente che sa oltremodo usare il primo piano come pochi,il talento è indiscutibile,basta vedere il lungo e meraviglioso incipit,un pezzo di bravura da applausi,ma molti sono i momenti destinati a restare nella memoria grazie anche alla bravura degli interpreti,tutti perfettamente in parte, Ejiofor è perfetto nella parte del protagonista,i cattivi poi sono così abominevoli che ci si chiede come sia possibile che sia potuto esistere gente del genere,Giamatti ,Dano e Fassbender sono tre esseri che incarnano perfettamente il male nelle loro varie sfaccettature,il primo mette al primo posto il profitto e se ne frega dei sentimenti altrui,il secondo è un sadico violento disposto a tutto ,il terzo si nasconde dietro ad un fanatismo religioso che gli permette di compiere gli atti più abominevoli senza per questo doversi sentire in colpa,tre interpretazioni notevoli,come splendida risulta essere la colonna sonora,Hans Zimmer si dimentica dei cavalieri oscuri di Nolan e realizza musiche poetiche e commoventi.

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25 Febbraio 2014 in 12 anni schiavo

12 years a slave.

Steve McQueen colpisce e stupisce con il suo “12 anni schiavo”. La recensione, più che una vera e propria recensione è un invito, suggerisce di prendere nota della pellicola, alzare il c*lo dalla sedia ed andare a vedere il film. A mio avviso, Steve è uno dei pochi registi d’autore che fanno cinema con la C maiuscola rimasti. La pellicola si avvicina ad un dipinto, la fotografia di Sean Bobbit è qualcosa di sublime, la regia di McQueen è pulita e gli effetti usati per le ferite o le frustate sono terribilmente e spietatamente reali. Più della négritude, il sentimento di riscatto nero, l’opera è l’inno all’orgoglio e alla libertà. Solomon resiste e non si scorda da dove viene né si dimentica dello status con cui nasce. Il risultato finale è una bomba, un film duro, sporco, amaro, feroce.
L’happy ending c’è ma il prezzo è altissimo (se il film si chiama “12 anni schiavo”, la pellicola finirà certamente in un determinato modo) infatti per tutta la durata dell’opera lo spettatore accompagnerà Solomon. Egli è un afro-americano nato libero e cresciuto libero. Per il protagonista la libertà ha un peso, è conscio di quello che passano i suoi simili nel sud degli States (e non solo). Lui però è libero, la sua famiglia composta da
sua moglie ed i suoi tre figli, sono liberi eppure viene fatto schiavo per un periodo della propria vita.

Era dai tempi di Amistad che non vedevo nulla di così forte, tra l’altro l’attore che interpreta Solomon (Chiwetel Ejiofor) ha iniziato la sua carriera proprio con questo film.

Da talentuoso violinista a schiavo il passo è breve. Solomon è ingannato, è il trucco di una falsa promessa di lavoro in un Circo a Washington D.C che lo porta alla schiavitù. Viene così spedito a New Orleans e rimarrà in schiavitù nello Stato della Louisiana fino al 1853, cambiando per tre volte padrone. Il primo è William Ford che nella autobiografia di Solomon viene ricordato come un buon uomo. E’ solo una parentesi grigia, non rosa. Passerà dalla padella alla brace quando entrerà in contatto con il lavoro della piantagione di cotone del perfido schiavista Edwin Epps, interpretato dall’incredibile Michael Fassbender..

12 Anni Schiavo vince a mani basse tutto su tutti.
Ad oggi la considero la miglior pellicola vista dal sottoscritto in sala.
Un capolavoro.

E la parola la uso in modo ponderato.

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24 Febbraio 2014 in 12 anni schiavo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Descrivere, o meglio, lasciar trasparire l’aria di un tempo, di un periodo, tra i più bui per la razza umana, è arduo. Arduo perché il carnefice, piegando un suo simile, scinde lo stesso concetto di umanità, relegandone una parte ai livelli più infimi dell’evoluzione. Una dissacrazione totale dei valori umani che Steve McQueen riesce a toccare scalfendone appena la superficie.
Non ci sono maschere, né artifici. La verità ha un unico volto, quello di Solomon Northup, che defraudato persino del proprio nome, come a voler spogliare di qualsiasi diritto una popolazione, cerca nella sua angustia prigionìa, di sopravvivere, anche se anela più che altro a vivere. Cerca, ma trova solo catene più strette. Non solo quelle avvinte alle caviglie o ai polsi, ma anche quelle che lo costringono a ledere la sua dignità, il suo orgoglio; e anche se alla fine del tunnel troverà una luce, la distanza percorsa dal suo battito segnerà anche il suo cuore.
Ma in questo calvario non è solo, perché il suo è il dolore di tutti. Come quello di Patsey ( una stellare Lupita Nyong’o ), giovane donna che porterà i segni, sia fisici che mentali, di una discriminazione senza senso.

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24 Febbraio 2014 in 12 anni schiavo

Steve McQueen non delude e centra il terzo successo di fila. Dopo due film indipendenti come Hunger e Shame e, soprattutto, dopo la pioggia di critiche entusiastiche che gli sono cadute in testa, sarebbe stato semplice cedere alla tentazione di dirigere un film hollywoodiano, più convenzionale e di grande richiamo.
La storia di Solomon Northup in mano a qualcun’altro avrebbe rischiato di trasformarsi nell’ennesimo film strappalacrime, con un povero negretto martoriato che alla fine ritrova libertà e famiglia e tutti vissero felici e contenti.
A ben guardare, non è così. Innanzitutto, sebbene non sia una storia completamente nuova (come poteva essere la parabola di dipendenza sessuale di Brandon in Shame), viene proposta da McQueen senza fronzoli ed orpelli di richiamo per il grande pubblico. Si entra nel merito della questione subito e in maniera diretta. Quello che a McQueen interessa è la verità, l’onestà e la trasparenza per mettere a nudo l’esistenza di un uomo che improvvisamente perde la sua libertà personale ed ogni forma di dignità.
Perde i suoi abiti, perde il suo nome, perde la sua posizione. Il paragone con l’orrore dei campi nazisti viene quasi spontaneo.
Ma Solomon conserva la memoria, conserva la voglia di lottare. Il rapporto con il terribile padrone (un grande Fassbender) non è convenzionale: Solomon in certi casi gli risponde, a volte lo sfida, non in maniera aperta ma di certo non tace. E non si arrende, usa l’intelligenza e conserva la speranza e il ricordo, al di là delle frustate e degli abomini che quelli come lui devono subire. McQueen ha un approccio veristico ed efficace nel marcare tutti i gli episodi di violenza ma anche di solidarietà che costellano i 12 anni da schiavo di Solomon, proprio come era trasparente e sincero nel mostrare la brutalità delle carceri inglesi in Hunger.
La sua regia è convincente ed elegante (meriterebbe l’oscar molto più di Cuaron).
Il cast è costituito da nomi che pensano (Giamatti, Cumberbacht, Pitt e soprattutto EJiofor e Fassbender) e che si producono in ottime interpretazioni.
E’ un segno di costante crescita per questo regista da tenere in gran considerazione.

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Roll, Solomon, roll. / 24 Febbraio 2014 in 12 anni schiavo

Credevo che l’approccio alla materia di McQueen sarebbe stato quello già sperimentato in Hunger, invece, vuoi per scelta, vuoi per necessità, vuoi per entrambe le cose, il regista ha semplificato la messinscena, quasi accantonando eventuali speculazioni ed interiorizzazioni, lasciando ai soli (comunque significativi) fatti il compito di caratterizzare il racconto.
A torto, immaginavo che le scelte di McQueen si sarebbero orientate verso una dimensione più astratta, più intuibile che esplicitata: insomma, credevo che avrei avuto a che fare a qualcosa di simile ad Aguirre di Herzog o a The New World di Malick, tanto per citare i primi due esempi che mi sovvengono in cui ho apprezzato la sublimazione del contesto.

La vicenda di Solomon è, ovviamente, più che degna di interesse e merita di essere raccontata (deve essere raccontata! E’ un dovere morale!), ma questa trasposizione cinematografica, per quanto ottimamente realizzata dal punto di vista tecnico ed altrettanto ben interpretata, non offre pressoché alcuna specificità “autorale” (benché la sequenza del funerale e quella della distruzione del violino mi abbiano impressionata e rappresentino, forse, quel che cercavo nel film).

McQueen ha saputo raccontare con eleganza, grande padronanza dei mezzi e sensibilità una vicenda terribile, paradigma di un numero inimmaginabile di situazioni analoghe e di questo non posso non rendergli evidente ed indiscutibile merito.
Gli contesto, al contrario, una certa semplificazione della vicenda (determinati dettagli di “colore”, un po’ anacronistici, mostrati in particolare durante le sequenze iniziali, mi hanno lasciata vagamente perplessa: non nego che, in taluni passaggi, la volontà del regista fosse quella di atemporalizzare la vicenda, ma non ho ravvisato alcun preciso equilibrio tra questo presunto tentativo e la resa finale) e la vaga caratterizzazione dei comprimari: in particolare, ma questa è una costante della produzione di McQueen, in effetti, i personaggi a corollario della vicenda sembrano privi di sostrato, di precedenti che siano in grado di giustificare le loro scelte o atteggiamenti.
So bene che il film non si propone come un saggio di antropologia, ma la cattiveria cieca o l’indifferenza e l’acquiescenza quasi ebete delle donne bianche, per esempio, mi hanno incuriosita e, non solo in questo caso, mi aspettavo qualche approfondimento a riguardo.

Nel complesso, si tratta indubbiamente di un film doloroso egregiamente confezionato, ma, stilisticamente, non mi ha convinta fino in fondo.
Forse, le mie aspettative, come dicevo all’inizio, erano altre, perciò la mia soddisfazione è decisamente relativa.

Curiosità: nonostante l’anno scorso fosse candidata come Miglior Attrice Protagonista per Re della Terra Selvaggia, la piccola Quvenzhané Wallis, qui, compare fuggevolmente come comparsa o poco più nei panni della figlia di Solomon bambina.

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21 Febbraio 2014 in 12 anni schiavo

E’ stata dura assistere a questo film senza farsi sopraffare dai sentimenti. Dalla rabbia, dall’indignazione. Dalla tristezza.

Steve McQueen al suo terzo lungometraggio, dopo Hunger e Shame, è riuscito a trasformare un “semplice” biopic sulla schiavitù negriera in una vera bomba emozionale che gli è valsa la candidatura a 9 Premi Oscar.

La regia pulita e professionale del regista classe ’69, si arma della migliore ricostruzione storica per raccontare tutta la sofferenza, l’ingiustizia e la disumanità dello schiavismo negriero vissute attraverso Salom Northop (1808 – 1863) e descritte nella sua autobiografia uscita nel 1853.

Un personaggio forte e determinato che nonostante le avversità, non si è piegato alla disperazione. Un uomo vittima di uno sfruttamento bieco e disgustoso da parte dei bianchi, interpretato magistralmente da un Chiwetel Ejiofor sempre all’altezza del suo ruolo da protagonista. Che con i suoi occhi perennemente lucidi e fieri, riesce a coinvolgere e far trasudare ogni fotogramma di tragedia e angoscia. Di morte preannunciata.

Crudo, straziante e dai contenuti forti, 12 Anni Schiavo sa come sottolineare la mostruosità di questo spaccato di storia umana. Dove non c’è onore né virtù. Nemmeno se il nome di Dio è onnipresente e deturpato, specialmente dall’Edwin Epps di Michael Fassbender (in una delle sue interpretazioni migliori), proprietario terriero sadico e tiranno, che a suo modo potrebbe ricordare il personaggio dandy di Leonardo Di Caprio (Calvin J. Candie) in Django Unchained.

Un film emotivamente potentissimo ma dal retrogusto dozzinale&acchiappa Oscar, che infatti è riuscito ad arruffianarsi il pubblico e la giuria dei prossimi Academy Award, merito anche del prezioso contributo della colonna sonora di Hans Zimmer

Ma che nonostante questo non reputerei un capolavoro, nè tantomeno un film che rivedrei nei prossimi dieci anni.

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3 Febbraio 2014 in 12 anni schiavo

Ben lontano dal buonismo e dal favoleggiare di pellicole precedenti su un fenomeno tanto cruento quanto disumano come lo schiavismo, “12 anni schiavo” è già uno dei film migliori di quest’anno. Steve McQueen è un maestro del pathos, dopo “Shame” e “Hunger” il suo lavoro si rinsalda nella perfezione più minuziosa. La narrazione è coinvolgente, gli attori danno oltre che il meglio di sé (Fassbender si scosta totalmente dal lavoro patetico con Ridley Scott), le inquadrature e la fotografia coadiuvano a rendere ogni singolo fotogramma stridente, drammatico, in un gioco quasi perverso di opposti tra la natura perlopiù rigogliosa, florida e lussureggiante, e l’inconcepibile perdita di dignità e libertà, ma con il persistente sguardo di coraggio del bravissimo Chiwetel Ejiofor. 9 nomination tutte meritatissime!
Da vedere in lingua originale (e che non mi si venga a dire che sono un’indie fondamentalista, quest’opera merita di essere digerita così com’è).

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2 Febbraio 2014 in 12 anni schiavo

Steve McQueen firma la sua terza opera e questa volta c’è un cambiamento più evidente: se Hunger e Shame colpivano duro come un pugno pur partendo da un microcosmo narrativo, con 12 Years a Slave prende la regina tra le tematiche prettamente americane, la spoglia di certi clichè e manierismi e racconta una storia terribile calcando la mano dove solo lui sa fare. Pennella inquadrature perfette, baciate da una grande fotografia che è pura meraviglia nelle scene buie, squarciate da fasci di luce fredda, inquadra costantemente la vastità di una natura bellissima (e fa un po’ Malick) e poi le scudisciate sulle schiene e i brandelli di carne che volano al tocco di una frusta; tutto nel suo stile, tutto con determinata eleganza, sfruttando i suoi soliti riusciti piani sequenza come dei trapani emotivi sullo spettatore, fino a che bucano il muro di indifferenza che potrebbe esserci. Riuscito film, duro e aggraziato, è anche, almeno per me, qualcosa al di sotto delle due opere precedenti. Si perde un po’ quella dimensione intimista e forse per questo più tragica, per esplorare una grande dramma americano, con cui mi risulta più difficile alle volte empatizzare. E’ stato più facile emozionarsi per le cronache di un sex-addict, paradossalmente, e non so quanto ciò sia dovuto a una ragione puramente soggettiva o all’effettiva mancanza del tipo di storia di Hunger o Shame, che su di me ha avuto effetti meno blandi di 12 Years a Slave. Forse un progetto così, più spiccatamente hollywoodiano, toglie un po’ del fascino a McQueen, che si nota e si ritrova sempre, ma meno incisivo, più inquadrato e debole. Aldilà di tutto ciò comunque, resta un gran film e bellissime interpretazioni: il protagonista, Chiwetel Ejiofor, è bravissimo nel mostrare il dolore del suo personaggio, contenuto ma forte e Lupita Nyong’o merita i complimenti ricevuti ( ma aspetto altre prove prima di gridare alla perfezione). Gli schiavisti sono i personaggi contrapposti di Benedict Cumberbatch ( incisivo, bravo) e Michael Fassbender e quest’ultimo è assolutamente magnifico, esagerato, cattivo. Tanti altri nomi, famosi o meno, sono ben sfruttati e l’unica cosa che ho trovato poco all’altezza è stata la OST di Zimmer, poco ispirato secondo me.
Non il mio McQueen ideale, ma cionondimeno un bel film.

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Il nulla / 24 Gennaio 2014 in 12 anni schiavo

La triste storia di Solomon Northup, che nel periodo pre-guerra di secessione si trovò da uomo libero a schiavo per dodici anni in Louisiana, passando da un padrone all’altro.
Tra frustate e giorni nelle piantagioni di cotone il film è una cruda quanto straziante parabola discendente: Solomon si vede privato, oltre che della sua libertà, della sua famiglia e della sua dignità come uomo ma, come viene mostrato un po’ sottovoce nella pellicola, anche di un semplice gesto come il sorriso, simbolo della gioia più semplice. Tutti gli schiavi cercano di alleggerire o di “sfogare”, anche se di pochissimo, la propria condizione in vari modi (da chi costruisce bambole a chi canta durante il lavoro nei campi). Solomon no. Lui si impegna solo a sopravvivere, più per il senso stretto del termine che per la speranza di un ritorno a casa, e non riesce a trovare nulla per cui valga la pena sorridere durante la sua ingiusta prigionia. E’ una figura svuotata di tutto, pervasa ormai dal nulla. Nemmeno il finale del film riesce a terminare questo vortice straziante e ricco d’angoscia.
Tralasciando un cast pressoché perfetto, da Chiwetel Ejiofor a Michael Fassbender (straordinariamente calato nel ruolo dello schiavista rigido e tiranno), va sottolineata anche la splendida colonna sonora di Hans Zimmer che impreziosisce ulteriormente la pellicola.

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20 Gennaio 2014 in 12 anni schiavo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

12 Years A Slave non è un’analisi allo schiavismo nel termine più familiare, non inciampa in politica, emendamenti e presidenti. Ci si trova piuttosto davanti all’uomo, alla collera, all’amore, ai sentimenti. E’ legittimo “possedere” una persona? Fino a dove siamo disposti a comprometterci per il nostro tornaconto personale? Quanto sopportiamo pur di sopravvivere? Non sono domande poste eplicitamente dalla pellicola, ma quesiti che noi spettatori siamo invitati a postulare attraverso i personaggi e le situazioni. Non vengono date risposte, tutto è in dubbio, come Dio stesso; l’esistenza può essere davvero beffarda (il Signore dà e il Signore toglie) e l’inclemente e amarissimo finale ne è massima rappresentazione.
Tecnicamente è un prodotto squisito: il cast è altamente apprezzabile e convincente -in particolare Lupita Nyong’o dà prova di inesauribile abilità-, la fotografia è curata e dispensata di luce naturale e la colonna sonora di Hanz Zimmer scandisce perfettamente i momenti più lancinanti della narrazione (quest’ultima non limpida sul piano temporale).

Steve McQueen sforna così una grande storia universale, che segna un netto distacco dalle regie intime e personali di Hunger e Shame. Non è il miglior film dell’anno, ma sbancherà nella categoria Best Picture, come se i membri dell’Academy, rappresentanti del cinema mondiale, volessero rimediare e scusarsi con l’umanità per i crimini commessi nel passato.

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Fate attenzione alla colonna sonora. / 19 Gennaio 2014 in 12 anni schiavo

Di questo film hanno già detto tutto.
Io vi consiglio solo di ascoltare bene la colonna sonora… è un capolavoro in alcuni punti…

19 Gennaio 2014 in 12 anni schiavo

Anche in questo caso sono molto felice di essere la prima a recensire, ho appena finito di guardare questa pellicola in lingua originale, e posso dire senza vergogna di star ancora asciugando le lacrime. Mi ha davvero emozionata, ma non mi stupisco, Steve McQueen mi fa sempre questo effetto.
Solomon Northup è un uomo libero di Saratoga, ha moglie e figli e sembra vivere una vita comune, tranquilla, come ogni altro uomo libero. Un giorno viene ingannato, rapito e reso schiavo, e la sua odissea durerà dodici lunghi anni tra umiliazioni, dolore e sottomissione.
Direi che negli ultimi anni in molti film si sono affrontati argomenti come il razzismo e la schiavitù, ma credo che questo li batta tutti.
Personalmente adoro McQueen, sarò diventata ripetitiva, ma non smetterò mai di esprimere la mia adulazione nei confronti di questo immenso artista. Perché sì, prima di essere un regista è un artista, credo sia una delle punte di diamante della fotografia contemporanea, e nei suoi film trapela tutto il suo amore per l’arte. E’ attento ai dettagli, a tutte le piccole cose, è elegante, lo trovo quasi perfetto. Ogni singola inquadratura è una fotografia, ma non per questo il film è privo di ritmo, o noioso, anzi, è armonico in ogni sua scena.
Per non parlare della bellissima colonna sonora, non per niente le musiche sono di Hans Zimmer che è ormai un pilastro nel mondo del cinema, non delude mai.
Il cast è strepitoso, da Chiwetel Ejiofor, a Michael Fassbender, a Benedict Cumberbatch. Sono perfettamente in sintonia l’uno con l’altro, ed ogni interpretazione, breve o lunga che sia, è un piccolo pilastro, ognuno è il pezzo di un puzzle dall’incastro perfetto. Potrei stare qui a tessere le lodi di Fassbender, come al solito, perché anche questa volta il suo lavoro è stato eccellente, o quelle di Cumberbatch, sempre versatile ed in perfetta linea con i personaggi che interpreta, ma credo non farei altro che ripetermi e ribadire cose già dette in passato per altre pellicole.
Ormai Fassbender e McQueen sono diventati complementari, non riesco ad immaginare un film di McQueen in cui non ci sia Fassbender, è chiaro che, al di là del rapporto professionale, tra loro ci sia una grande amicizia ed intesa artistica. Si nota benissimo sullo schermo.
A questo punto mi pare d’obbligo leggere l’autobiografia di Northup, la visione del film mi ha definitivamente convinta a farlo.
Nove stelle, per McQueen, come sempre tutte meritate. Come gioca lui con le mie emozioni, nessuno mai, mi fa venire le palpitazioni ed innamorare ad ogni singola inquadratura.

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