Recensione su La parola ai giurati

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Il ragionevole dubbio / 22 Febbraio 2016 in La parola ai giurati

Ecco il caso in cui in un film tutto gira al ritmo giusto, come un concerto perfetto.
L’idea teatrale di base è stuzzicante. Dodici giurati bianchi devono decidere su un caso di omicidio apparentemente chiaro imputato a un giovane di colore, uno di loro si oppone al facile verdetto di colpevolezza per un ‘ragionevole dubbio’ e inizia un serrato, estenuante dibattito.
La sceneggiatura è intessuta con arguzia; non è facile creare suspense in novanta minuti di dialoghi in un ambiente chiuso e alcuni semplici dettagli come il caldo soffocante, un ventilatore che non ci accende, lo scrosciare di un temporale estivo, l’incedere della luce serale rendono tutto estremamente magnetico.
La regia è minuta e preziosa, sposata a una fotografia che sublima un magnifico bianco e nero (Boris Kaufman); restano impressi i primi piani imperlati di sudore, così come i dettagli più banali dai portacenere ai pacchetti di sigarette riversi sul tavolo, giacche, appendini, fazzoletti, cravatte.
Le interpretazioni sono tasselli di un mosaico armonioso. Ogni attore ha a disposizione un minutaggio relativamente breve e deve intagliarsi la sua performance tra altre undici. Notevoli le prove di Henry Fonda e Lee J. Cobb, ma qui non si può davvero parlare di primattori e gregari.
Last but not least, negli anni cinquanta in USA credere che i neri fossero “predisposti al crimine” non appariva così scandaloso come grazie al cielo appare oggi. Il giurato imprenditore interpretato dall’ottimo Ed Begley esprime questa visione cinica e razzista; il suo sfogo ignorante viene esecrato in una sequenza memorabile, nella quale tutti gli altri giurati progressivamente abbandonano silenziosamente il tavolo. Lui stesso, rimasto solo nel suo livore, si auto isola e come uno scolaro con le orecchie d’asino si mette, affranto e imbronciato, in un banchetto a margine di campo.

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