Recensione su La parola ai giurati

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23 Gennaio 2014

In pratica è un “manuale” di 96 minuti su come si debba scrivere, girare ed interpretare un film drammatico / giudiziario.
Il film ha un incipit quanto mai particolare: invece di mostrarci il processo per omicidio, il film si apre a procedimento quasi concluso, con il giudice che parla con la giuria, oramai prossima a ritirarsi per la decisione, sottolineando la delicatezza e l’importanza del compito assunto.
A questo punto la giuria si ritira nella sua stanza…e il film non “uscirà” mai da quell’ambiente.
Se questo può sembrare un elemento a sfavore del film, in verità è parte della sua forza. E già, perchè in un’ora e mezza il film, a tema giudiziario e ambientato in unica stanza, non annoia neanche per un secondo.
Il fulcro del film è dunque il dibattito che si crea all’interno della giuria per l’emissione del verdetto, che ruoterà intorno all’analisi dei fatti e al concetto di colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, che viene sviscerato e affrontato sotto diversi punti di vista, tanti quanti sono i diversi tipi umani che ci vengono mostrati attraverso i vari giurati. Eh sì, perchè ogni giurato (sono 12…il titolo americano, infatti, molto più efficacemente recita “12 Angry men”) ha una sua spiccata personalità e delle sue peculiarità, oltre ad un diverso background socio – culturale, e questo rende il dibattito quanto mai animato ed interessante, rendendoci partecipi del punto di vista di uno piuttosto che dell’altro e, dunque, fortemente contrari al modo di ragionare di qualcuno. Sarà interessante anche notare le dinamiche dell’emersione di diversi leader all’interno del gruppo, fenomeno connaturato alle aggregazioni sociali, anche se precarie e temporanee. Tutto questo permette allo spettatore di sentirsi come catapultato su una di quelle scomode (sia fisicamente che per quello che rappresentano) sedie, in quella stanza angusta e carica di tensione, a dover decidere della vita di un ragazzo, combattendo contro la superficialità altrui e la fretta di chi mira solo a scaricare l’incombenza percorrendo la strada più facile.
La domanda è: qual’è la soglia di certezza necessaria a condannare un individuo per omicidio?
E’ un quesito interessantissimo che, credetemi, è affrontato in modo dinamico e coinvolgente, con dei dialoghi che sembrano scritti da un letterato giocatore di tennis per quanto sono ritmati con continui botta e risposta e cambi di campo e di “punteggio”.
Insomma, un film da vedere, già solo per capire cosa voglia dire prendere 12 attori (peraltro abbastanza sconosciuti, a parte Henry Fonda e un altro paio di media fama), metterli dentro una stanza e creare un’opera d’arte allo stato puro solo facendoli interagire tra loro in modo coinvolgente, intelligente e mai banale.

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