Recensione su Beasts That Cling to the Straw

/ 20207.65 voti

M / 18 Febbraio 2021 in Beasts That Cling to the Straw

Finalmente possiamo dimenticarci Zhang Yimou e il suo brutto tentativo di portare i fratelli Coen in Oriente facendo il remake di Blood Simple: Beasts Clawing at Straws non s’ispira direttamente al cinema dei fratelli, ma tutto sembra guardare a loro. Al centro c’è una borsa piena di soldi e intorno a essa un gruppo di personaggi più o meno loschi e più o meno sfigati che vuole impossessarsene, il tutto con la divisione a capitoli e il mescolamento temporale che il post-moderno ha reso comune allo spettatore.

Quello che rende l’esordio dell’ennesimo Kim di Corea (stavolta nome di battesimo: Yong-hoon) diverso dalla mera derivazione coeniana è la serietà d’approccio, laddove il cinema post-moderno rigettava di “credere” al racconto come fonte di verità ma ne svelava l’artificio con l’ironia, Kim invece vuole dare credibilità alla vicenda pur grottesca (in questo sì, è un film post-Tarantiniano) e così si concentra sui personaggi prima che sulle loro azioni, sugli attori prima che sulla macchina da presa, costruisce il ritmo con un calibro preciso e un crescendo inarrestabile, mai frenetico, e sa farsi sottilmente tragico mentre guarda alla stupidità umana che si traveste da astuzia, come nel caso dei due personaggi migliori: il poliziotto che pare la versione contemporanea del tenente Colombo – ma che si crede più scaltro di ciò che è – e la maîtresse vittima della sua stessa intelligenza. Kim non vuole adeguarsi alla corrente egemonica del cinema sud-coreano, seppure il discorso sociologico di fondo è piuttosto diffuso, ma guardando altrove cerca una corrente propria, speriamo riesca a seguirla fino in fondo con la sua carriera in divenire: le premesse sono ottime.

Lascia un commento

jfb_p_buttontext