Recensione su Easy - Un viaggio facile facile

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Easy mate, easy / 18 Novembre 2017 in Easy - Un viaggio facile facile

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Easy è Isidoro, un barbogio cicciotto e depresso di provincia Frivengiuliana con un gilet di lana dove sta scritto grosso 2. Sgranocchia psicofarmacie e vive tra quello e i videogamez. Il fratello ganzo, Filo (gilet con su scritto 1) ha un’impresa edile dove è morto un operaio ucraino, e chiede a Easy di portarlo a casa so’, in Ucraina verso l’Ungheria, per far sparire il cadavere prima dell’inchiesta. Easy parte: ha un carro funebre, un giubbotto, una mela, un cellulare e un navigatore saccente. Butta la mela, compra lo shit food, passa il confine salutato da gnocchissime doganiere ucraine. Si perde gareggiando in autostrada, ricordandosi di quando era un campione nazionale di go kart e futuro pilota – a seguire buffet. Cioè no, ma poi ha smesso perché si è addormentato ed è ingrassato. Gli rubano il carro, resta con la bara. Vediamo intanto che Filo in Italia viene arrestato, Easy perde il cellulare, il navigatore l’ha buttato. Restato solo nel senso più nudo del termine (la barba era sparita al confine), prova a riportare Taras, il morto, al suo paese. Mille e uno incontri, dalla famiglia femminile cinese del ristorante in mezzo al nulla, al poliziotto in ciabatte che cerca di arrestarlo ma lui scappa dal cesso mentre col cagotto canta Felicitààààà, che agli ucraini piace tanto. Alla figlia di Taras, al prete che diventerà un rocker, al vecchio trovarobe che lo porta, dipinto di rosa da writers mattacchioni insieme alla bara, fino quasi alla meta. E adesso?
Da un regista all’esordio, su una curiosa base italo-ucraina, un film surreale nei modi e nei toni, tanto da stemperare alcune inverosimiglianze narrative, perse nello sguardo sgomento di Easy che sta re-apprendendo quel mondo da cui per anni estraneo è stato. Il viaggio verso est è un allontanarsi di Easy dalla società “nostra”, dove viveva da alienato, verso qualcosa d’altro, un susseguirsi di facce e pianure e occhi e colline, su per di là verso i Carpazi. Sembra un gran freddo. Laddove, in una società rurale di interminati spazi, e sovrumani silenzi, c’è uno scopo (nonché, va da sé, una profondissima quiete) e conseguentemente vita, i quali confusamente persegue, aiutato da quello sguardo bonario che la sorte e il sorriso degli altri riservano ai protagonisti simpatici e goffi dei film divertenti ma tristi per tanti piccoli motivi che stanno nel tessuto dietro, anche se poi tutto Easy scorre – e c’è letteralmente una scena di lui che scorre su un fiume, della bara a cavallo, facendo ciao con la manina.

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