Recensione su Almanacco d'autunno

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Almanacco d’autunno / 8 Gennaio 2016 in Almanacco d'autunno

Il 1984 è un anno decisivo per il cinema di Béla Tarr.
Il regista ungherese, non ancora trentenne, abbandona l’iperrealismo “sociale” di Nido familiare e Rapporti prefabbricati (nonché del corto Hotel Magnezit), abbracciando una nuova concezione di cinema che lo porterà, con il successivo film Perdizione, ad elaborare uno stile peculiare e assolutamente originale, inevitabilmente di nicchia ma apprezzatissimo dai cinefili.
Questo Almanacco d’autunno, claustrofobico e violento, esaspera innanzitutto una fotografia che, da quel momento in avanti, non potrà più essere ripetuta con tale intensità espressiva. Ogni possibile esperimento visivo-cromatico sembra infatti essersi compiuto in questa pellicola, cosa che porterà il regista di Pécs a virare definitivamente sull’inattaccabile essenza del bianco e nero.
Colori caldissimi e subito dopo freddissimi, o che a tratti si intersecano in modo innaturale e allucinato.
Inquadrature ricercate dagli angoli più improbabili, sotto mobili o dietro paraventi, ma sempre con un occhio attento alla composizione, simmetrica e geometricamente suggestiva.
Inquadrature dall’alto (la memorabile scena della rasatura) e dal basso (l’ancor più memorabile rissa tra Tibor e Miklós, ripresa da sotto una superficie trasparente su cui gli attori hanno recitato).
Tarr non lesina certo sui piani sequenza, alcuni dei quali – pacati e inquietanti – anticipano lo stile di quelli riuscitissimi dei capolavori della maturità (è il caso della scena in cui Anna e Tibor si conoscono carnalmente per la prima volta).
Il continuo ricorso a piani ravvicinati (primi piani o, al più, piani medi) restituisce una sensazione di profonda intimità, esaltata anche da una recitazione spesso impeccabile.

Un film sicuramente difficile, complicato, come ci ha abituato il regista ungherese: ambiente unico (l’appartamento di Hédi), una trama pressoché assente…
Eppure la costruzione dell’intreccio attraverso i dialoghi – che porta alla luce l’inquietante rete di relazioni interpersonali esistente tra gli abitanti della casa – è portata avanti con un climax assolutamente efficace, che dona alla pellicola una crescita davvero esponenziale, fino al meraviglioso, apatico finale.
Anche le musiche – che passano (finalmente) nelle mani di Mihály Víg, per formare un connubio che non verrà più messo in discussione (fino alla decisione di Tarr di abbandonare l’attività di regista) – iniziano ad avere l’importanza che rivestiranno nei successivi film, anche se solo per brevissimi tratti esse hanno la meravigliosa e ripetitiva capacità estraniante che Víg ha saputo infondere in Sátántangó e Il cavallo di Torino.
In conclusione, merita di essere menzionata la suggestiva teoria portata avanti da una certa critica (Grosoli) che vede nell’appartamento di Hédi l’antesignano delle location dei reality show.

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