Il western è un genere cinematografico sviluppatosi negli Stati Uniti, all’ombra del mito dei cowboys e della conquista della Frontiera: questi elementi sono parte dell’identità americana, ma –attraverso il cinema- essi sono diventati familiari anche in Paesi caratterizzati da differenti sostrati culturali.
In Italia, in particolare, dalla fine degli anni ’50 agli anni ’70 del Novecento, il genere cinematografico western venne rielaborato in chiave autoctona ed originale, favorendo lo sviluppo di un filone parallelo, comunemente definito Spaghetti Western.
Il suo sviluppo coincise, quindi, con il periodo più incerto e confuso del western tradizionale a stelle e strisce: in questo contesto, un’eccezione veniva ancora rappresentata dai classici di John Ford (La Battaglia di Alamo, 1960; L’uomo che uccise Liberty Valance, 1962; Il grande sentiero, 1964) e da poche altre produzioni con trama e caratterizzazioni “tradizionali” (L’ora delle pistole di John Sturges, 1967; Cimarron di Anthony Mann, 1960; L’oro di McKenna di J.Lee Thompson, 1969). Gli esperimenti formali e di contenuto dei vari Peckinpah, Pollack e Arthur Penn covavano sotto la cenere e di lì a poco avrebbero messo in discussione i canoni assodati del western statunitense.

WESTERN ALL’ITALIANA: Il sangue e l’amoralità

Benché si tratti di un’idea diffusa, è erroneo sostenere l’eguaglianza del western statunitense e di quello “all’italiana”, poiché le differenze, al di là delle comuni ambientazioni, sono sostanziali ed evidenti.
Nel western italiano, per esempio, viene dedicato poco spazio al moralismo e all’eroismo senza sfumature tipico del western classico, mentre assume un ruolo predominante il tema dell’interesse personale.
Anche la violenza, pur essendo ampiamente presente nel western tradizionale, è concepita in maniera totalmente diversa: molto spesso, infatti, le pellicole made in Italy erano dei b-movies ad investimento limitato che, per sopperire a tale deficit materiale, puntavano ad attirare e ad impressionare il pubblico ostentando crudeltà ed una violenza spesso gratuita.

Un esempio notevole, in questo senso, è Se sei vivo spara (1967) di Giulio Questi: si tratta di un western particolarmente crudo, noto per essere stato tagliato e censurato più volte. In questa pellicola, abbondano le sevizie: un ragazzino viene molestato e violentato da alcuni cowboys (fanno, così, la loro inaspettata comparsa cinematografica i cowgays); ad un indiano viene fatto lo scalpo; un brigante viene colpito con pallottole d’oro e sul suo corpo si accaniscono individui interessati al loro recupero; un tizio viene ricoperto vivo di oro fuso; ed altre varie amenità. La trama è abbastanza lineare: nel complesso, però, si tratta di un film che oltrepassa i canoni del western classico, esacerbandone i toni con sparatorie, linciaggi, impiccagioni, sessualità repressa, finti pazzi, finti profeti, moralisti dell’ultima ora e borghesi piccoli piccoli.

Non solo sergio leone

Un altro errore ricorrente è quello di pensare che gli Spaghetti Western possano essere rappresentati da un solo, pur grande, regista: senza dubbio, Sergio Leone ebbe un ruolo determinante nello sviluppo e nella diffusione del genere, ma molti altri autori contribuirono a rendere popolare il filone, trasformando la sala cinematografica in moderno saloon.
Corbucci, Valerii, Martino, Petroni, Fulci, Coalizzi, solo per citarne alcuni: essi rielaborarono le tematiche note del western statunitense, allontanandosene con metodo, differenziando per stile e tematiche il western italiano da quello classico.

È curiosa la vicenda che lega Sergio Leone ad Akira Kurosawa, il quale adì le vie legali nei confronti del regista italiano. Secondo il maestro giapponese, Per un pugno di dollari (1964), pellicola che lanciò il regista romano a livello internazionale e che offrì il primo ruolo da protagonista ad un giovane Clint Eastwood, era eccessivamente simile al suo Yojimbo (La sfida del samurai) (1964). Fu così che l’imperatore nipponico della celluloide ottenne il diritto di distribuzione del film di Leone in Giappone, Taiwan, Corea del Sud, oltre ad una percentuale su tutti gli incassi esteri.

Fagioli western con Terence Hill & Bud Spencer

Pellicole come Lo chiamavano Trinità… (1970) e …Continuavano a chiamarlo Trinità (1972), firmati E.B Clucher (all’anagrafe, Enzo Barboni) ed interpretati entrambi da Terence Hill e Bud Spencer, sono esempi di Spaghetti Western comici, conosciuti anche come ”fagioli-western”: tra gli elementi tipici di questo sottogenere ricorrono gli scontri fisici al limite dello slapstick, le situazioni buffe, la presenza di due o più simpatici compari tra cui intercorre un rapporto di mascolina complicità.
Sergio Corbucci, con Il bianco, il giallo, il nero (1975), per esempio, realizza una pellicola divertente e spettacolare con Giuliano Gemma, Eli Wallach e Tomas Milian che richiama Il buono, il brutto, il cattivo (1967) di Leone.
Lo stile di Corbucci, particolarmente eclettico, consente di caratterizzare con accenti diversi lo stesso materiale narrativo: dal western umoristico, egli riesce a passare a quello politico, con Vamos a matar, compañeros (1970), per esempio, con cui realizza un manifesto politico di tutto rispetto che unisce momenti di tensione drammatica a forte comicità, utilizzando anche i canoni dell’avventura donchisciottesca, per poi passare al racconto duro e crudele di Django (1966) con Franco Nero.

La violenza è il mio mestiere

Altrettanto cupi ed estremi sono i western di Lucio Fulci: il ferocissimo Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro (1966), con il “solito” Franco Nero, l’altrettanto ricorrente George Hilton e Nino Castelnuovo, è il primo film del futuro maestro del “macabro italiano”, segna il primo incontro di Fulci con la crudeltà e viene unanimemente considerato uno dei più violenti Spaghetti Western mai realizzati, e I quattro dell’Apocalisse (1975) in cui la violenza, intesa sia come strumento dello squilibrio di chi vuole ripulire la città dai peccatori che come brutalità esercitata dai disperati personaggi, è fine a se stessa. Qui, i protagonisti non sono pistoleri, ma miserabili che si salvano dal massacro iniziale per venire gabbati dal cattivo di turno.
Sul binario della violenza tout-court, corre anche Tonino Valerii con I giorni dell’ira (1967), in cui, però, oltre al fattore brutale, viene esaltato l’interessante rapporto mentore-discepolo: l’uno, un impressionante Lee Van Cleef, invincibile e carismatico pistolero, istruisce duramente l’umile allievo Giuliano Gemma, fino a trasformarlo in una spietata macchina mortale.

Sottogeneri Western: horror, religione, sociologia e politica

Strizzando l’occhio al genere horror, anche lo Spaghetti Western si è avvalso di scene splatter, torture ed uccisioni efferate, come in Mannaja (1977) di Sergio Martino, travalicando così anche i tratti tipici del pur originale western all’italiana.
Un versante insolito del genere è rappresentato da quello politico-religioso, tra i cui titoli spicca Requiescant (1967) di Carlo Lizzani (che, qui, utilizzò lo pseudonimo di Lee W. Beaver), in cui Lou Castel veste i panni di un pistolero cattolico, un cowboy dalla Bibbia facile e la mira infallibile intorno a cui ruotano figure simboliche ed infelici interpretate da Franco Citti, Ninetto Davoli e Pier Paolo Pasolini.

Tornando a Corbucci, citiamo Il grande silenzio (1968), interpretato da Jean-Louis Trintignant, Klaus Kinski e dal noto caratterista Mario Brega, nel ruolo di personaggi duri come la roccia, carismatici, feroci e spietati. Si tratta di uno dei pochi Spaghetti Western ad essere ambientato non in un ambiente arido, ma in un bellissimo paesaggio innevato, freddo e gelido.
È ancora Corbucci a realizzare un titolo che si distingue per senso dell’innovazione ed ardimento formale: si tratta di Navajo Joe (1967) con Burt Reynolds. Per la prima volta in uno Spaghetti Western, il protagonista indiscusso della pellicola è un giovane indiano: è lui il re del film, non ci sono cowboy dallo sguardo glaciale con la colt infuocata. Corbucci sfrutta gli elementi naturalistici, con belle carrellate che mostrano un paesaggio immerso nel deserto e scorci di una natura poco violata dall’uomo, per raccontare inseguimenti, sabotaggi ed un clamoroso assalto al treno, sposando anche la causa dei nativi americani.

Curiosi spunti sociologici e politici emergono anche da Tepepa (1969, distribuito anche con il titolo Viva la revolucion) di Giulio Petroni: il film riflette il clima sessantottino delle rivolte studentesche e contrappone il peone Tomas Milian al medico borghese John Steiner, senza tralasciare l’elemento militaresco, simbolo del potere bruto ma legittimato, impersonato dal pachidermico Colonnello interpretato nientemeno che da Orson Welles.

Le saghe Western: Sartana, Django e Ringo

Altri titoli degni di nota sono quelli che vedono come protagonista il mitico e letale Sartana, soggetto di almeno sedici lungometraggi, tra “ufficiali” e “derivati”, prodotti fra il 1968 ed il 1972 ad opera di differenti registi e produttori: con la sua caratteristica pistola nascosta nella manica, una Darringer a quattro canne, il misterioso cowboy conquistò non solo il rispetto ed il timore dell’avversario, ma anche pubblico e botteghino. Venne abilmente interpretato da Gianni Garko nel primo film della serie, …Se incontri Sartana prega per la tua morte (1968) di Gianfranco Parolini, ed in sole altre tre pellicole dedicate al pistolero dandy ottimo giocatore a carte: Garko, infatti, era solito rifiutare i contratti che, pur prevedendo la presenza del personaggio di Sartana, ne stravolgevano le peculiarità così attentamente caratterizzate da lui e Parolini in fase di sceneggiatura.

Altri personaggi che hanno goduto di saghe più o meno accreditate sono il corbucciano Django, che non mancò di incontrare Sartana in almeno tre lungometraggi, ed il pistolero Ringo, creato da Duccio Tessari nel 1965 ed interpretato per la prima volta da Giuliano Gemma ne Il ritorno di Ringo, di cui si annovera anche una parodia con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (I due figli di Ringo, 1966, diretto da Giorgio Simonelli).

La riscoperta del genere Spaghetti Western

Oggi, lo Spaghetti Western è un genere ormai tramontato in Italia, ma è oggetto di analisi e di riscoperta generale e tuttora non manca di impressionare autori internazionali.
Al di fuori dei confini nostrani, infatti, i suoi estimatori sono numerosissimi e, benché siano fra i più noti, Quentin Tarantino (Django Unchained, 2012) e Robert Rodriguez (sua la trilogia burrito western conclusasi con C’era una volta in Messico, 2003) non sono gli unici cineasti ad aver attinto a piene mani dal repertorio italiano: nel corso degli anni, infatti, sono stati realizzati vari remake o film ispirati in maniera più o meno esplicita agli Spaghetti Western.
In Corea, per esempio, Kim-Ji Woon ha diretto Il Buono, il Matto, il Cattivo (2008), ispirato, non solo per via del titolo, ad uno dei maggiori successi commerciali di Sergio Leone, mentre il giapponese Takashi Miike ha realizzato il polimorfico Sukiyaki Western Django (2007), in cui compare anche il regista Tarantino nel ruolo di un pistolero con tanto di poncho à la Eastwood.

Pagina realizzata con il contributo di DonMax

16 commenti

  1. DonMax / 30 maggio 2013

    Forse mi sbaglio ma non mi sembra di leggere “pagina con il contributo di DonMax”.
    E’ probabile che sia io l’astigmatico, in tal caso vi porgo le mie scuse.

  2. alex10 / 31 maggio 2013

    bella pagina…
    a mio parere il western è il genere più bello del cinema in assoluto !!!!!
    e quello italiano è sicuramente il migliore !!!!

    • kallen / 31 maggio 2013

      Beh insomma, ho forti dubbi riguardo il western italiano
      Pagina molto interessante 🙂

      • alex10 / 1 giugno 2013

        @kallen non ti piace il western italiano ????? come mai ??

        • kallen / 1 giugno 2013

          Non ho detto questo (per dire, amo spassionatamente tutti i western di Leone), è che nel complesso non penso sia migliore del western americano, tutto qui. Sarà anche colpa del numero eccessivo di film che fecero all’epoca, si ha più probabilità di trovare una schifezza che un bel film 😛

          • alex10 / 1 giugno 2013

            capisco !! XD
            all’epoca sì che il cinema italiano era apprezzabile…ora invece siamo veramente messi male…

    • keoma / 8 ottobre 2013

      il western all’italiana E’ il genere più bello e appassionante di tutti. Purtroppo quando si parla di spaghetti western, la maggior parte della gente ricorda solo Leone, e se si parla di Django, la maggior parte delle persone pensa a Tarantino. Il western di casa nostra meriterebbe di essere decisamente rivalutato.

      • alex10 / 8 ottobre 2013

        beh…non credo che sia un male che venga ricordato Sergio Leone @keoma

        P.S. keoma è un film bellissimo…secondo me il migliore di castellari…in quel film si vede tutta la sua immensa abilità da regista…un vero maestro !!!!! 😉

        • paolodelventosoest / 9 ottobre 2013

          Appunto. Sergio Leone è nel firmamento del cinema, gli altri erano tutti mediocri, discreti o bravi cineasti.

        • keoma / 24 ottobre 2013

          Nono, Leone è stato un grande, ma è un peccato che altri registi diversi da lui e altri attori diversi da Clint Eastwood non siano praticamente mai ricordati. Bhe, Keoma è il mio Western preferito 8)

        • keoma / 24 ottobre 2013

          Castellari, Corbucci, Tessari, solo per dirne alcuni, erano molto più che mediocri, discreti o bravi cineasti. @alex10 dici bene, Castellari con Keoma ha dimostrato la sua immensa abilità da regista, come Corbucci con Django, Il Grande Silenzio e Vamos a Matar, come Tessari con Il Ritorno di Ringo, solo per citare qualche titolo, ma ce ne sarebbero.

          • alex10 / 24 ottobre 2013

            sìsì…a me il grande silenzio è piaciuto ma di corbucci preferisco maggiormente django e il mercenario @keoma 😉
            Comunque sì, tantissimi registi hanno attraversato questo genere ed ognuno l’ha fatto a modo suo…
            cioè, ogni regista ha dato qualcosa in più e di diverso al genere !!
            Il western, quello italiano in primis, resta sempre il genere di film che più preferisco anche se, devo dire, guardo di tutto.

  3. aussiemazz / 24 ottobre 2013

    Non voglio parlare di Sergio Leone, che per me dovrebbe essere considerato uno dei migliori registi italiani di sempre anche dai non amanti del western, e i cui film sono sullo stesso piano di quelli dei migliori cineasti americani.
    Però, non linciatemi, ma credo che il western americano sia migliore di quello italiano.
    Senza dubbio gli spaghetti hanno portato una ventata di novità ma, complici anche i minori mezzi a disposizione e gli attori non sempre brillanti, il prodotto finale è talvolta di qualità scadente. E qui stanno le cause estrinseche alla volontà del regista.
    Alcuni hanno saputo mantenersi su un buon livello grazie alla trama originale e ad una buona sceneggiatura, come nel caso di “Django” o, per quel che mi riguarda, “I lunghi giorni della vendetta” e “Matalo!”.
    Altri, invece, non hanno saputo elevarsi a dispetto dei limiti. Perché, in certi casi, ci sono anche colpe intrinseche.
    Ho apprezzato moltissimo i film con Trinità, ma successivamente si è sfruttata l’idea della commedia western per sfornare prodotti che definire mediocri sarebbe un complimento (Vedi i vari “Carambola”, “Tresette”). Anche al di là della commedia, la riproposizione in tutte le salse di Django, Sartana e Ringo “tarocchi” raramente ha prodotto grandi cose.
    Il problema del western italiano è che, per ogni film buono, ce n’erano cinque o sei evitabili. E’ chiaro che è sempre meglio dedicarsi ai prodotti migliori, ma una panoramica complessiva prevede anche quelli peggiori.
    Però non intendo dire che gli spaghetti non mi piacciano, se no avrei evitato di vederne molti come ho fatto e faccio tuttora. Penso solo che vadano visti con un approccio diverso da quello con cui ci si accosta ai western americani, che generalmente sono produzioni più in grande, con un sapore e un respiro più epici (ma le ciofeche ci sono anche qui, beninteso).
    (Ho evitato di ripetere sempre “secondo me” e “penso che” per non essere ridondante, ma ovviamente nessuna frase precedente va letta come un tentativo di professarmi il detentore della verità).

  4. paolodelventosoest / 24 ottobre 2013

    @aussiemazz per quanto mi riguarda ti stra-quoto. La frontiera di John Ford lo spaghetti la vede col binocolo. Fatta eccezione appunto per un pezzo da novanta come Leone.

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