Hotel di celluloide

Il 10 aprile sarà nelle sale italiane The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson.
L’uscita di un film di Anderson è sempre un piccolo evento: il regista texano, coccolato da critica e pubblico, è internazionalmente apprezzato soprattutto per le sue scelte estetiche, nelle quali prevale un gusto dichiaratamente rétro, ispirato da un universo formale che affonda le radici nel passato e nei gusti strettamente personali del regista e che è in grado di generare, di pellicola in pellicola, mondi caratterizzati da personaggi introversi ma accattivanti che della loro diversità si fanno, più o meno consciamente, vanto.

The Grand Budapest Hotel è stato presentato in anteprima, fuori concorso, al Festival di Berlino 2014.
Il film è ambientato negli anni Venti, in un fastoso albergo di Praga dove un efficientissimo concierge, interpretato da Ralph Fiennes, si trova alle prese con la sparizione di un prezioso dipinto di epoca rinascimentale: intorno a lui, si muove una folla di personaggi a cui il regista, come suo solito, ha riservato caratterizzazioni eccentriche e coloratissime, affidandole poi ad una fidata schiera di amici attori (Tilda Swinton, Adrien Brody, Bill Murray, Harvey Keitel, tra essi).
Non è la prima volta che Wes Anderson sceglie di ambientare un suo film in una struttura alberghiera: i set de I Tenenbaum, forse il suo titolo ad oggi più noto, e del cortometraggio Hotel Chevalier sono stati allestiti proprio all’interno delle mura full-comfort di alberghi che, con un’allure sofisticata, decisamente snob, accolgono complesse vicende famigliari e sentimentali.

La storia del cinema è costellata da pellicole che hanno scelto gli hotel come location privilegiata: la natura più o meno transitoria dei soggiorni che si svolgono al loro interno ha da sempre solleticato la fantasia degli sceneggiatori che, adattando celebri episodi della letteratura (Morte a Venezia, Camera con vista, 1408, Shining) o lavorando di fantasia, hanno saputo esaltare il carattere mutevole, alternativamente disturbante o protettivo, dell’entità “albergo”.
A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, quando il concetto di Grand Tour iniziò ad evolversi in quello di vacanza, l’architettura alberghiera si adeguò alle nuove esigenze della clientela e, con l’avvento del XX secolo, si mise al completo servizio del cosiddetto turismo di massa, fornendo speciali servizi dedicati.

Gli hotel presenti nel nostro elenco, realmente esistenti (Chelsea on the rocks) o meno, si sono prestati alle più svariate messinscena, ma è curioso notare che hotel (e, per estensione, motel e pensioni) sono tra le ambientazioni privilegiate dal genere thriller (Frantic), con originali sconfinamenti di genere (Psycho, Identità, Four Rooms): l’hotel, nel cinema come nella vita reale, viene concepito come edificio perturbante, covo di segreti, metafora della psiche umana, luogo in cui è possibile smarrire scientemente la propria identità (Barton Fink, Lost in translation, Hotel Room, Attenzione alla puttana santa), oppure ritrovarla (La città incantata, Il portiere di notte), o in cui, semplicemente, ci si diverte (Le vacanze di Monsieur Hulot, Marigold Hotel, Spring Breakers).

Il rifugio impersonale

La standardizzazione degli arredi, la composizione “canonica” della struttura d’accoglienza, pressoché invariata ed invariabile a qualsiasi latitudine, l’impossibilità di personalizzare lo spazio occupato, vuoi per le limitazioni legate al tempo circoscritto del soggiorno, vuoi per una restrizione psicologica che rigetta di fare proprio uno spazio condiviso, in passato e in futuro, da altri individui, sono tra gli elementi che concorrono all’assenza di genius loci dello spazio d’accoglienza alberghiero.
In ambito cinematografico, la mancanza di un carattere distintivo propriamente detto contribuisce ad evidenziare la ricerca di anonimato del personaggio di turno, la sua claustrofilia legata ad un evento accessorio: paradossalmente, uno spazio che non riflette nulla di sé rassicura e protegge, limita l’esposizione e la visibilità; l’impersonalità di un ambiente neutro dissocia i personaggi dalla propria routine, sbriglia remore e pudori, favorendo atteggiamenti che, normalmente, non verrebbero adottati.

La perdita dell’identità

All’interno di una struttura alberghiera, in particolare se questa è dotata di comodità altrimenti sconosciute nella dimora domestica (es. servizio in camera, piscina, sauna, ecc.)che modificano la scansione delle attività personali, muta sia il senso della percezione spaziale che quello temporale: cambia, cioè, la maniera di percepire il normale fluire del tempo che si contrae, si dilata, si sfuma, con un meccanismo simile a quello che, per motivi fondanti differenti, si innesca all’interno delle strutture di assistenza medica. Queste alterazioni del sistema di riferimento umano influiscono sulla percezione di sé all’interno dello spazio circoscritto in cui si trova il singolo individuo, straniandolo, rendendolo più o meno sensibile alle sollecitazioni derivanti dal contesto sconosciuto in cui si ritrova ad agire.

La paura circoscritta

La circoscrizione degli ambienti e la limitatezza delle azioni che si possono svolgere al loro interno sono in grado di favorire l’insorgere della claustrofobia (sia dei personaggi del racconto che dello spettatore che assiste alla messinscena): gli spazi cinematografici, ulteriormente definiti da precisi movimenti di macchina e da accorgimenti tecnici capaci di deformare le reali dimensioni di un dato ambiente, possono divenire portatori di una specifica valenza psicologica negativa, una prassi generalmente evitata nella realtà. 
L’assenza reale o apparente di vie di fuga fisiche o psicologiche si può verificare sia negli spazi costruiti che in quelli naturali, ma è indubbio che una data situazione di confinamento, specie se condivisa, accresce il senso di pericolo, in virtù di mutati rapporti dimensionali tra il singolo corpo (o quello del gruppo, nel caso di condivisione degli spazi da parte di più individui), ed il volume definito dall’ambiente costruito. L’edificio o la singola stanza perde la sua valenza protettiva ed acquisisce un carattere perturbante, restrittivo, pericoloso.

La singola tappa

Assimilando lo spazio alberghiero a quelli di fruizione temporanea, a-stanziale, come supermercati, centri commerciali, parchi di divertimento, ecc., il tempo trascorso all’interno di un hotel costituisce un singolo episodio, puntuale, in cui, talvolta, la possibilità (o il desiderio) di socializzare si annulla. Lo spazio viene fruito in un arco di tempo circoscritto. Contemporaneamente, il tempo dell’azione viene sospeso all’interno di un luogo anodino che, al prossimo cambio di lenzuola, non porterà mai traccia sensibile di ciò che è avvenuto tra le sue mura.

La sosta prolungata, la ricerca del focolare

Talvolta, le strutture alberghiere offrono modalità di ristoro assimilabili a quelle domestiche: negli Stati Uniti, per esempio, non sono infrequenti i motel e i residence che vengono occupati in maniera pressoché stanziale per lunghi periodi, assurgendo a vero e proprio domicilio. Determinate condizioni sociali ed economiche costringono gli individui a trasformare una struttura destinata alla sosta temporanea in un luogo di permanenza indefinita, coniugando il senso della precarietà insito nella natura della struttura occupata con la ricerca di un focolare, di un nido famigliare.

Il riposo, lo svago, il divertimento

Una delle funzioni principali di una struttura di accoglienza alberghiera contemporanea è quella di accogliere un flusso turistico alla ricerca di specifiche necessità, riassumibili nella rottura degli schemi di vita abituali. Si sviluppa la ricerca di alternative alla prassi: la scarsa familiarità con i luoghi genera situazioni inedite ed è in grado di fomentare intrecci sociali inaspettati.

Hotel state of mind

Per via della sua natura organica, lo spazio costruito è stato sovente paragonato ad un corpo umano. Altrettanto spesso, la suddivisione spaziale degli hotel ha comportato un confronto con l’organo cervello: banalmente, le circonvoluzioni che costituiscono la massa encefalica ricordano i corridoi labirintici dei grandi hotel; le rimozioni psicologiche si nascondono in recessi della psiche assimilabili agli spazi tecnici, inaccessibili al pubblico, degli alberghi; in ambito cinematografico, i caratteri architettonici ed estetici dell’edificio (es. gotico, postmoderno, balneare, ecc.) riflettono gli stati psicologici predominanti che caratterizzano gli eventi che si svolgono al suo interno.
L’edificio non è solo l’involucro che accoglie gli eventi, ma è in grado di riflettere, con la sua distribuzione planimetrica, con la sua collocazione urbana, con la sua conformazione estetica, gli eventi stessi.

A cura di Stefania