BOOM! La nuova commedia italiana racconta la società

Boom! È il suono onomatopeico di un botto, di un’esplosione, di una deflagrazione improvvisa e, correntemente, con tale termine si suole indicare un evento alla ribalta, oggetto dell’attenzione generale, capace di modificare radicalmente una condizione assodata.
La rinascita economica italiana che ha avuto il suo sviluppo tra l’inizio degli anni Cinquanta e l’intero arco dei Sessanta del Novecento, è coincisa con un evidente miglioramento delle condizioni economiche del Paese e con un rifiorire dei costumi sociali, dopo gli anni di magra della Seconda Guerra Mondiale e, in riferimento ad essa, è usuale parlare, per l’appunto, di boom.

Vogliamo vivere!

A partire dagli ultimi anni Cinquanta e nel quindicennio successivo [1], quello del boom italiano è un fenomeno che, con declinazioni più o meno riuscite, è stato rappresentato anche dal mondo del cinema, con l’uso di nuovi volti (o con il “riciclo” di alcuni provenienti dall’avanspettacolo o da generi cinematografici differenti) e di nuovi linguaggi autorali, sovente sfociati in veri e propri stili espressivi, pressoché codificati, oltre che riconoscibili.
Tra i lasciti più o meno graditi del Secondo Dopoguerra, l’Italia scoprì con piacere di possedere uno smanioso desiderio di divertimento che, pur vincolato dalle scelte di regime e dalla consapevolezza che le condizioni di vita di molti italiani non permettevano di incedere serenamente nel sorriso, non aveva mancato di sopravvivere con difficoltà anche durante il Ventennio fascista e mentre infuriava il conflitto (vedi, i film dei “telefoni bianchi” o i film musicali a tema sentimentale, per esempio).
“In una società dominata dalla pregiudiziale idealista sempre tesa a distinguere poesia e non-poesia, nonché dall’atavica convinzione cattolica della funzione pedagogica dell’arte, il cinema, in quanto forma espressiva imbastardita dalla materialistica commistione con il capitale (i mezzi di produzione) e con la venalità del profitto (le forme della distribuzione), non poteva che nascere e svilupparsi al di fuori delle coordinate culturali ufficiali, andando quindi alla ricerca di una propria legittimazione attraverso il riferimento agli unici patrimoni inter-classistici tramandatigli dalla Storia del nazionale immaginario collettivo: la Commedia dell’Arte e l’Opera lirica” [2].

La nascita della commedia all’italiana

La commedia cinematografica italiana che iniziò a svilupparsi a partire dagli anni immediatamente successivi alla fine delle ostilità internazionali presenta caratteri assolutamente originali, sia se paragonata alle produzioni italiane precedenti, comprese nell’alveo del comico puro o del neorealismo romantico, sia se raffrontata a coevi lavori esteri.
“Dopo il boom dell’immediato dopoguerra, che fu il momento più fiammeggiante, ci si ritrovava, si aveva tanta voglia di inventare, di vivere ma soprattutto di sopravvivere, perché alla base di tutto c’erano proprio questa esigenza e questo desiderio, ci fu un periodo di aggiustamento in cui i generi si stavano un po’ formando, diciamo un po’ cercando. Credo che il momento più importante fu la fine degli anni Cinquanta. Ci furono film che fecero scoprire quali erano la vena e le vere fondamenta della commedia all’italiana, o del genere che poi sarebbe stato definito così, e cioè la possibilità di fare film divertenti raccontando però contemporaneamente storie che avevano basi serie, dissacrando delle presunte verità”. [3]
Le peculiarità sorte in questo clima di fermento creativo consentono, per l’appunto, di parlare di commedia all’italiana: “alcuni autori ritengono che la definizione (…) sia spregiativa. Sapendo che l’ha inventata qualche critico è difficile impedirsi di sospettare che non sia intrisa di una certa fastidiosità e piccineria. Se invece l’avesse creata Diderot, allora sarebbe stato legittimo attribuire a questa stessa definizione significanza, sì spiccia e ironica, ma anche generosamente ammirativa! (…) Nell’intenzione con cui quella definizione viene distribuita e nella insofferenza con cui viene subita, c’è il nocciolo della possibile doppia significabilità delle commedia cinematografica italiana” [4].

Le critiche connaturate al genere

Venne afferrato il potenziale dirompente dell’uso dei dialetti e degli accenti locali nei dialoghi, fino a quel momento proibiti da dittatoriali disposizioni che esigevano che la lingua italiana dovesse essere scevra da tali inflessioni e caratterizzazioni, dando il via alle cosiddette Arcadie cinematografiche [2] (romana e napoletana, in particolare); venne sfruttata con competenza la struttura narrativa “a sketch”; la cosiddetta satira di costume si affermò come uno degli elementi narrativi più corrosivi e parimenti più apprezzati dal pubblico; la messinscena delle virtù e, soprattutto, dei vizi di un’Italia che si apprestava a gestire un’improvvisa rinascita economica, in cui gran parte del pubblico si riconosceva, permise veloci e forse troppo semplici identificazioni.
Il rischio di incorrere in una banale indulgenza, infatti, era (ed è ancora) forte. Già ai tempi, tra gli stessi autori, non mancavano a questo proposito, voci critiche: “Tra la commedia di costume e la nostra storia sociale ci dovrebbe essere una connessione intima, che però,secondo me, nel cinema italiano non c’è, perché alla fine la commedia di costume ha esaltato i difetti dell’italiano, lo ha portato a essere contento ed orgoglioso delle sue furbizie e quindi non lo ha educato a essere migliore. (…) Io nego che la commedia all’italiana sia stata una grande satira di costume anzi ritengo che abbia dato modo al pubblico di godersi i suoi difetti. Anche se il suo uso sociale era certamente di satira, altrettanto certamente non è stato usato così bene, perché a mio parere l’italiano, invece di criticare i personaggi interpretati da Sordi, Manfredi, Gassman o Tognazzi, li esaltava e si sentiva da loro esaltato, perché l’italiano è furbo e ama chi fa il furbo e questa, secondo me, è la grave colpa della commedia all’italiana”. [5]

L’ottica dissacratoria

Certo è che, pur scivolando talvolta nel cliché, il cinema di questi anni, benché in qualche maniera osteggiato da una certa intellighenzia che vedeva nel divertimento delle folle un indizio di scarsa qualità (“La sinistra è moralista per natura e non ha mai amato i nostri film per questo motivo. Avevano il difetto di far ridere” ricordava Dino Risi), è stato in grado, a suo modo, di partecipare all’evoluzione della società italiana, sia mostrandone alcuni aspetti già in pieno sviluppo che anticipandone o suggerendone altri: “La commedia di costume ha avuto il merito di inquadrare il cosiddetto boom con un’ottica dissacratoria. Di smitizzare i vetusti tabù della verginità del perbenismo, del sesso, dell’amore. Di curiosare dietro la facciata dei nuovi ricchi, dei politici, per vedere cosa c’era sotto l’intrallazzo, il cedimento, la deviazione, il tradimento e tutto ciò che bolliva in questo immenso calderone che era ed è l’Italia. Queste commedie avevano una funzione sociale, quella di far vedere agli italiani com’erano, dove erano gli errori, quali i difetti. A mio avviso la commedia è stata molto importante per la maturazione dell’italiano” [6]. Non bisogna dimenticare, poi, che “la chiave comica, talvolta comico-amara, consentì di raggiungere quel gran pubblico che al neorealismo in Italia aveva sempre voltato le spalle” [2], nonché di aggirare con furbesca nonchalance i visti della censura, ancora molto attiva in Italia, le cui maglie tendevano a stringersi intorno ai film cosiddetti “autorali”, soffocando meno le produzioni considerate più leggere ed inoffensive. “La scoperta che gli italiani amavano sentir parlare dei loro difetti, delle disfunzioni del loro sistema, delle bugie dei loro manuali di storia e di altri argomenti scomodi o imbarazzanti solo a patto di poterci ridere sopra venne sfruttata su ampia scala” [2].

Vi proponiamo una brevissima ed affatto esaustiva filmografia sull’argomento, invero decisamente ampio, in cui compaiono alcuni dei titoli-chiave della fortunata stagione della commedia all’italiana degli anni Sessanta dominata dalla presenza di autori (Age & Scarpelli, la Cecchi D’Amico, Sonego), registi (Monicelli, Scola, Risi, Germi, Salce, fra questi) ed interpreti (Gassman, Mastroianni, la Vitti, Manfredi, la Valeri, Sordi, Tognazzi, senza considerare una foltissima schiera di comprimari e caratteristi) che hanno saputo fare grande il cinema italiano, trasformando il proprio sguardo sul presente in un vero genere cinematografico, indulgendo con un sorriso amaro sulle piccole grandi miserie e fortune italiche.

BOOM è anche una rassegna cinematografica: sfruttando pellicole originali nei formati da 35 mm., essa si svolge a Genova, in collaborazione – tra gli altri- con Nientepopcorn.it, su iniziativa del Laboratorio Probabile Bellamy, presso i locali dell’Altrove – Teatro della Maddalena, all’interno di un antico palazzo signorile situato nel sestiere omonimo, cuore pulsante del centro storico cittadino.

Informazioni sulla rassegna:
www.laboratoriobellamy.it – info@laboratoriobellamy.it
www.teatroaltrove.it

[1] Masolino d’Amico, La commedia all’italiana. Il cinema comico in Italia dal 1945 al 1975, ed. Arnoldo Mondadori, 1985
[2] Aldo Viganò, Commedia italiana in cento film, ed. Le Mani, 1995
[3] Age (Agenore Crocetti) in (a cura di) Franca Faldini, Goffredo Fofi, L’avventurosa storia del cinema italiano. Raccontata dai suoi protagonisti. 1960-1969, ed. Feltrinelli, 1981
[4] Furio Scarpelli in cit.
[5] Pasquale Festa campanile in cit.
[6] Mario Monicelli in cit.

A cura di Stefania

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