50 ANNI FA, I BEATLES ARRIVAVANO IN ITALIA

Il 24 giugno 1965 i Beatles tennero il loro primo concerto in Italia, presso l’Ippodromo Vigorelli di Milano. Due giorni dopo si esibirono al Palasport di Genova, mentre il 27 e il 28 giugno allietarono il pubblico del Teatro Adriano di Roma.
4 concerti (8, in realtà, dato che lo spettacolo quotidiano era doppio) che hanno segnato indelebilmente la storia, tanto che, a distanza di decenni, l’evento viene ampiamente festeggiato dai fan club e dalle numerose cover band dei Beatles sparse sul suolo italico.

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Benché accolto da un pubblico minore rispetto a quello registrato durante i concerti americani dell’anno precedente, l’arrivo dei Fab Four in Italia segnò la definitiva maturazione massmediatica dei giovani italiani che, alla pari dei loro coetanei statunitensi e inglesi, era materialmente coinvolto in una tangibile rivoluzione artistica e sociale.
A 50 anni dall’arrivo dei Beatles in Italia, Nientepopcorn.it intende celebrare a suo modo l’importante ricorrenza proponendo una filmografia dedicata ai quattro di Liverpool: John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr sono stati protagonisti di alcuni film e, nel corso dei decenni, la loro storia e la loro musica hanno fornito il materiale necessario alla realizzazione di lungometraggi di fiction, documentari, film per la tv, musical e cartoni animati.

I BEATLES DAVANTI ALLA MACCHINA DA PRESA

L’esordio dei Beatles nel mondo del cinema risale al 6 luglio 1964, quando nelle sale britanniche venne proiettato il film A HARD DAY’S NIGHT (distribuito in Italia con il titolo TUTTI PER UNO) diretto da Richard Lester (che sarebbe stato alla regia della prima esperienza cinematografica in solitario di John Lennon, COME HO VINTO LA GUERRA, 1967).
Esattamente 7 anni prima, Lennon e McCartney, appena adolescenti, avevano fatto reciproca conoscenza nell’oratorio della St. Peter Church di Liverpool: prendeva il via uno dei sodalizi più prolifici della storia del rock.
Nati ufficialmente nel 1960 sulle ceneri dei Quarrymen, la band precedentemente fondata dal diciassettenne John (mutata temporaneamente in Silver Beatles), i Beatles sono stati tra le prime formazioni musicali europee a sfruttare il mezzo cinematografico a scopo pubblicitario: il film di Lester, intitolato come l’album che il gruppo aveva appena dato alle stampe, sfruttava la sempre crescente popolarità mediatica della formazione, affidando ad una sceneggiatura folle e pressoché nonsense quella caratterizzazione dei quattro artisti che sarebbe rimasta costante nel tempo. John l’imprevedibile, Paul il riflessivo con guizzi di stravaganza, George il supervisore e Ringo il clown eccentrico. Questa tipizzazione dei Fab Four sarebbe ricorsa sia nel successivo lungometraggio interpretato dai quattro (HELP!, 1965) che nella serie tv a cartoni animati di produzione americana intitolata proprio THE BEATLES, andata in onda sulla ABC dal 1965 al 1969, vagamente ispirata al tono delle buffe vicende del lungometraggio di debutto. Qui, le riproduzioni cartoonesche degli scarafaggi (e del loro manager, Brian Epstein) vivevano sballate avventure à la Hanna & Barbera, inframmezzando le vicende con qualche cantatina (i brani erano proposti in versione Sing Along, cioé con il testo delle canzoni riprodotto sullo schermo, precorrendo il successo del karaoke giapponese, per consentire al pubblico di cantare insieme alla band nel salotto di casa).
Come sarebbe accaduto anche con il lungometraggio animato britannico YELLOW SUBMARINE (1968) diretto da George Dunning, i Beatles, benché assentori del progetto, non prestarono mai le proprie voci per le sessioni di doppiaggio degli episodi del cartone.

Con MAGICAL MYSTERY TOUR (1967), sbocciò, letteralmente, la vena lisergica cinematografica dei Beatles (che, nel frattempo, erano diventati baronetti dell’Ordine dell’Impero Britannico e avevano pubblicato altri cinque album, affermandosi definitivamente come icone internazionali). Il film per la televisione, diretto dagli stessi musicisti e dal non accreditato Bernard Knowles, pare sia nato da un’idea di McCartney: quattro strambi personaggi viaggiano a bordo di un bus nell’Inghilterra meridionale, in compagnia di creature quasi circensi, affrontando curiose situazioni.
All’epoca, il film fu un fiasco totale, tanto che i Beatles arrivarono a scusarsi pubblicamente mezzo stampa. Oggi, è diventato un prodotto cinematografico di culto, forte di una valenza quasi documentaristica legata alla sconclusionatezza visionaria strettamente connessa al periodo in cui il film è stato realizzato.
L’ultima pellicola interpretata dai Beatles è il documentario del 1969 LET IT BE (in Italia, UN GIORNO CON I BEATLES) che racconta per immagini l’ormai mitico concerto della band sul tetto del palazzo che ospita tutt’oggi la loro casa discografica, la Apple Records, al 3 di Savile Row, nel quartiere di Westminster, a Londra. Ciò che rende unico e speciale il film è il fatto che, probabilmente, nessuno dei Beatles era consapevole del fatto che quella sarebbe stata la loro ultima esibizione dal vivo: il pubblico che si era assiepato intorno all’edificio era stato semplicemente attirato dalla musica che proveniva dal fabbricato, senza sapere che avrebbe assistito ad un evento epocale. Senza aver pianificato nulla, tantomeno un apparato di sicurezza, i Beatles vennero interrotti dall’arrivo della polizia londinese, intervenuta per sedare il pubblico entusiasta e porre fine agli schiamazzi.

LA BEATLEMANIA INVADE GLI SCHERMI

Il 3 gennaio 1970, dopo un lungo periodo di incomprensioni artistiche e personali, i Beatles si sciolsero definitivamente.
Ma il mondo del cinema, come la memoria collettiva, non li ha certo messi da parte, anche se la materia narrativa biografica si è sempre rivelata abbastanza ostica. Ne è una riprova, spesso, la risposta tiepida del pubblico ed il relativo insuccesso commerciale di questi prodotti.
Se escludiamo i documentari realizzati mentre la band era ancora in attività, i Beatles sono stati fatti oggetto di diversi progetti cinematografici e televisivi di altalenante qualità e dai risultati discordanti, a partire più o meno dal 1979: realizzato quell’anno, THE BIRTH OF THE BEATLES di Richard Marquand, ambientato tra il 1960 e il 1963, è stato il primo tentativo di realizzare un biopic sui quattro di Liverpool, l’unico prodotto mentre John Lennon era ancora in vita.
Nel 1981, venne portato sul grande schermo BEATLEMANIA, adattamento cinematografico dell’omonimo musical di Broadway ispirato al contesto storico entro cui si era sviluppato il fenomeno-Beatles (“Not the Beatles, but an incredible simulation” era lo slogan dello show). Il film, diretto da Joseph Manduke, fu un flop commerciale.
Intanto, un giovanissimo Robert Zemeckis, precorrendo il gusto per il vintage che avrebbe caratterizzato i suoi maggiori successi (RITORNO AL FUTURO, FORREST GUMP), aveva tentato di rievocare l’euforia legata all’arrivo dei Beatles negli States con la commedia 1964: ALLARME A NEW YORK ARRIVANO I BEATLES (1979). Gli attori che interpretano i componenti del celebre quartetto, convenuto nella Grande Mela per partecipare all’Ed Sullivan Show, non viene mai mostrato dalle ginocchia in su, ma in compenso la soundtrack del caotico ma simpatico film è composta dall’intero album With the Beatles.

Nel 1994, il regista britannico Iain Softley decise di raccontare con BACKBEAT un aspetto poco noto ai più della parte iniziale della carriera dei Fab Four: appena ventenni, Lennon e soci (privi ancora di Ringo, ma con Pete Best alla batteria), partirono alla volta di Amburgo, per una tournée nei locali della città, considerata allora il centro della scena musicale europea. In quel frangente, i Beatles non erano quattro, bensì cinque: insieme a loro, infatti c’era Stuart Sutcliffe, colui che viene talora ricordato come “il quinto Beatle”. Sutcliffe (interpretato da era carismatico quanto e forse più di Lennon, ma abbandonò la musica e la band per dedicarsi alla pittura, rimanendo in Germania, dove morì poco dopo, nel ’62.
TWO OF US (2000) e THE HOURS AND TIMES (1991), invece, sono fiction biografiche che si concentrano su speculazioni inerenti il rapporto personale e professionale intercorso intorno alla metà degli anni Settanta tra Paul e John e tra Lennon e Brian Epstein, con un ricordo del viaggio che i due avevano fatto a Barcellona, nel 1963.
Dei quattro Beatles, John Lennon (1940-1980) è stato, finora, colui che ha registrato l’attenzione cinematografica maggiore: al giovane anticonformista cresciuto tra Penny Lane e Strawberry Fields, infatti, sono stati dedicati il biopic LA VERA STORIA DI JOHN LENNON (2000), incentrato sui suoi anni giovanili (tra il 1957 e il 1964), ESSERE JOHN LENNON (2010) con un abbastanza discutibile Christopher Eccleston nei panni del Lennon 1967-1974, e NOWHERE BOY (2009), dedicato ancora al periodo della sua adolescenza, con Aaron Taylor Johnson. In questo film, in particolare, viene dedicata particolare attenzione al rapporto conflittuale ed irrisolto di Lennon con la madre Julia che, quando John era ancora un bambino, aveva affidato il figlio in maniera più o meno consensuale alle cure della propria sorella maggiore.

All’attivismo di John Lennon ed ai suoi contrasti sociopolitici con il governo degli Stati Uniti, invece, è dedicato il documentario U.S.A. CONTRO JOHN LENNON (2007) di David Leaf e John Scheinfeld, in cui, in particolare, si assiste alle riprese originali dei famosi bed-in pacifisti di John e Yoko Ono e si ha prova tangibile delle pressioni che l’artista ricevette dalla presidenza americana affinché abbandonasse gli U.S.A.
Anche il tragico ed insensato assassinio di Lennon avvenuto l’8 dicembre 1980 nei pressi del Dakota Building di New York (già set del film ROSEMARY’S BABY di Roman Polanski) è stato oggetto di un biopic cinematografico: in CHAPTER 27 (2007) di J.P.Schaefer, Jared Leto (premiato come miglior attore al Zurich Film Festival) interpreta Mark David Chapman, il giovane squilibrato che, pistola alla mano e Il giovane Holden in tasca, pose fine ai giorni di uno dei musicisti più influenti del Novecento.
Il 29 novembre 2001, invece, stroncato da un tumore al cervello, se n’è andato George Harrison (1943-2001): tra i Beatles, forse, il più riservato, sperimentatore discreto ma ugualmente geniale e fondamentale nella definizione delle sonorità del gruppo, autore di brani fondamentali come Something e Here Comes the Sun, colui che introdusse il sitar nell’album Rubber Soul.
A dieci anni dalla sua scomparsa, Martin Scorsese, cineasta con un noto orecchio per la musica, ha superato le opposizioni mosse fino ad allora dalla moglie di Harrison, Olivia, e gli ha dedicato il documentario biografico GEORGE HARRISON: LIVING IN THE MATERIAL WORLD(2011).
Se escludiamo la fiction televisiva dedicata a Linda, prima moglie di McCartney (THE LINDA MCCARTNEY STORY, 1999), Paul (1942) e Ringo (1940) non sembrano aver solleticato abbastanza il mondo del cinema e della tv, finora.
Nel 2013, è stato distribuito nei cinema il curioso documentario FREDA – LA SEGRETARIA DEI BEATLES, diretto da Ryan White. Come da titolo, Freda Kelly fu fondatrice, segretaria ed organizzatrice del fan club britannico ufficiale dei Beatles: nel 1963, Brian Epstein la reclutò a Liverpool per collaborare alla promozione di una semisconosciuta band musicale locale. Freda ha collaborato con i Beatles fino al loro scioglimento (ed oltre), guadagnandosi la fiducia personale dei membri del quartetto, raccogliendone anche le confidenze.
Tra i documentari più curiosi dedicati al fenomeno della Beatlemania, annoveriamo il messicano ESPERANDO A LOS BITLES (2012) di Diego Graue e Ray Marmolejo: i Beatles non si sono mai esibiti nei paesi latinoamericani, eppure in Messico i fan del quartetto, i collezionisti di memorabilia e le cover band sono innumerevoli ancora oggi. Durante le riprese del film, il caso ha voluto che Paul McCartney fosse in tournée nel Paese: nel documentario non c’è traccia di questi concerti, ma viene mostrata l’euforia generata dalla presenza dell’artista.

I FILM ISPIRATI ALLA MUSICA E ALL’ESTETICA DEI BEATLES

L’opera musicale dei Beatles e l’estetica mutuata negli anni dal gruppo, dalla “divisa” senza colletto dei primi anni Sessanta, passando per le marsine di Sgt.Pepper’s, fino al look più informale degli anni Settanta, ha influenzato in maniera diversa le produzioni cinematografiche ispirate al quartetto.
Già nel 1978, i registi e comici britannici Eric Idle e Gary Weis realizzano la commedia musicale demenziale THE RUTLES: ALL YOU NEED IS CASH, una sorta di mockumentary ante-litteram in cui viene raccontata la carriera dei Rutles, una band parodistica (The Pre-Fab Four) dei Beatles realmente esistente (nata nel 1975 all’interno di un programma televisivo inglese), via di mezzo tra i quattro di Liverpool e i Monty Python (Idle, non a caso, è uno dei membri del celebre gruppo comico) che, durante le loro esibizioni, proponevano brani ironici caratterizzati da spiazzanti giochi di parole che, musicalmente, suonavano più o meno come una serie di mix di quelli originali dei Beatles. Nel cast, anche i Rolling Stones, Bianca Jagger, Bill Murray, John Belushi e Dan Aykroyd.
Nel film MI CHIAMO SAM (2002) di Jessie Nelson, giustificata dalla passione del protagonista (Sean Penn) per la musica dei Fab Four, l’intera colonna sonora è composta da cover dei brani dei Beatles interpretate da grandi artisti contemporanei (fra questi, Ben Harper, Eddie Vedder, Aimee Mann, Stereophonics, The Black Crowes e Nick Cave).
Ispirandosi alla Beatlemania diffusasi anche in Norvegia nei primi anni Sessanta, il regista danese Peter Flinth ha realizzato BEATLES (2014), un racconto nostalgico ambientato nella Oslo di quegli anni ispirato al romanzo omonimo di Lars Saabye Christensen: quattro ragazzini, impressionati dal successo dei loro pressoché coetanei inglesi, adottano i nomi di John, Paul, George e Ringo, si vestono come loro e fondano gli Snafus (nello slang inglese, a Snafu è “qualcosa andato male, come da copione”).
I musical SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND (1978) di Michael Schultz (che annovera nel cast i Bee Gees, gli Earth Wind & Fire, gli Aerosmith ed Alice Cooper) e ACROSS THE UNIVERSE (2007) di Julie Taymor (in cui compaiono Bono, il leader della band irlandese U2, e Joe Cocker) si basano su reinterpretazioni di brani dei Beatles a scopo narrativo.
In particolare, nel film della Taymor, parte dei personaggi citati nella loro discografia, da Sexy Sadie al Dr. Robert, passando per Jojo, Lucy e Jude, diventano tridimensionali e sono i protagonisti di una storia romantica ma tormentata scandita dai successi di Beatles reinterpretati dagli attori coinvolti.

“(…) attacco la chitarra elettrica all’ampli, metto le cuffie per non disturbare i vicini, e provo a comporre il Capolavoro usando il metodo dei Sei Gradi di Separazione. Ovvero, suono una canzone dei Beatles, vado avanti per un po’, poi cambio un accordo, poi sposto il bridge, poi cambio il ritmo, e in sei tappe dovrebbe uscire una nuova canzone. Provo i sei gradi di separazione. Mi esce un’altra canzone dei Beatles”, Gianluca Morozzi, Colui che gli dei vogliono distruggere.

Bibliografia:
(a cura di) Ernesto Assante, Gino Castaldo, The Beatles Revolution, 2012
(a cura di) Alan Aldridge, Il libro delle canzoni dei Beatles, Mondadori, 1972

Sitografia:
Mexicobeatlemania
Ultimate Classic Rock
Cinquantamila.it

A cura di Stefania

4 commenti

  1. A breve arriverà anche LA VITA È FACILE A OCCHI CHIUSI di David Trueba. Mercoledí 01/07/2015 avrò l’occasione di vederne l’anteprima nazionale.

    • Stefania / 26 giugno 2015

      @wiccio: oh, finalmente, allora, lo distribuiranno 🙂 Ha vinto i premi più importanti all’ultima edizione dei Goya, l’anno scorso. Ovviamente, aspettiamo una recensione 😉

  2. hartman / 26 giugno 2015

    Per citare Maurizio Failla (“La storia del cinema per chi ha fretta”, Edizioni Falsopiano) Across the Universe è “La colonna sonora con il filmaccio intorno”… 🙂 🙂 🙂
    A parte le battute, approfondimento molto interessante per gli amanti dei fab four (tipo io)!!
    grazie…

    • Stefania / 27 giugno 2015

      @hartman: prego 😉
      Se devo dirla tutta, Across the Universe non mi piace: l’ho visto una sola volta, in effetti, ma non l’ho apprezzato per niente, perciò concordo con Failla 😀

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